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Dalla ‘Casa Bianca d’Inverno’, alla vigilia del SuperBowl, Donald Trump tuona, anzi twitta, contro il magistrato “scandaloso” e il suo verdetto “ridicolo”. Ma il Dipartimento di Stato e pure quello della Sicurezza interna s’adeguano alla sentenza d’un giudice federale di Seattle, nello Stato di Washington: il bando imposto dal presidente agli ingressi nell’Unione da sette Paesi musulmani è temporaneamente sospeso e, quindi, i visti sono ripristinati. Le compagnie aeree possono riaccettare i passeggeri, tenuti a terra per una settimana, mentre la battaglia legale andrà avanti, di ricorso in appello, fino alla Corte Suprema.

E la domenica del match dell’anno del football negli Stati Uniti e c’è chi scommette su quanti tweet il tifoso Trump manderà durante la partita che tiene incollati davanti alla tv 110 milioni di americani, uno su tre, il doppio in media d’un dibattito presidenziale. Ci sono i campioni uscenti, i New England Patriots, cioè la Juventus d’America, che fanno notizia quando non arrivano in finale, e gli Atlanta Falcons, che hanno il tifo dalla loro perché tutti sperano che i favoriti perdano: birra, salsicce e polemiche.

Trump vedrà la partita a ‘Mar-a-Lago’, il suo lussuoso ‘buen retiro’ in Florida. E da lì ha reagito alla sentenza del giudice federale James Robart, che esaminava istanze dello Stato di Washington e del Minnesota: “L’opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro Paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata”. Il fatto che Robart sia repubblicano e sia stato messo lì da un presidente repubblicano non induce il magnate a mitigare il giudizio. “Quando un Paese non è più in grado di dire chi può e chi non può entrare e uscire, specialmente per ragioni di sicurezza, è un grosso problema”, scrive. E ancora: “E’ interessante che alcuni Paesi del Medio Oriente siano d’accordo con il bando. Sanno che se facciamo entrare certe persone è morte e distruzione!”.

Ma i tweet di Trump non hanno ancora valore di legge negli Usa; e i suoi ordini esecutivi sono subordinati al rispetto della legge e della Costituzione. E, quindi, per ridicolo che gli sembri, lo stop al decreto disposta dal giudice dello Stato di Washington è in vigore: ci sarà ora una valutazione delle misure nel merito ed eventualmente un ricorso in Corte d’Appello e alla Corte Suprema. Ma che, dopo il bando, ci sarebbe stata battaglia legale era scontato.

Rinfocolate e rilanciate dal verdetto di Seattle, le polemiche e le proteste continuano negli Usa e altrove – ieri, una grande manifestazione a Londra – e si riverberano sul SuperBowl. Black Lives Matter, socialisti, indiani-americani, ebrei, musulmani, ispanici, gay e lesbiche, democratici ‘mainstream’ e ‘liberal’ marceranno con i loro striscioni davanti allo stadio di Houston, una città molto avanti nell’accoglienza ai profughi. Fuori e dentro, la sicurezza sarà rinforzata.

Le polemiche pro e contro il bando e Trump coinvolgono i giocatori del SuperBowl: il quarterback Tom Brady, una soerta di Pirlo del football dai lanci lunghi e millimetrici, andrà a festeggiare nello Studio Ovale, se vince: l’ala d’attacco Martellus Bennett non ci andrà perché “crede nell’inclusione”. A Trump potrebbe risultare indigesto soprattutto l’intervallo, con Lady Gaga sul palco insieme al novantenne Tony Bennet. Lady Gaga, che appoggiava Hillary Clinton e ha contestato sotto la Trump Tower, prepara una performance “coerente” con la sua carriera: “Credo nell’inclusione, nell’eguaglianza, nell’amore, nella compassione e nella gentilezza”.

Meno indigesta che Lady Gaga, sarà stata la telefonata con il premier italiano Paolo Gentiloni, programmata, insieme ad altre, per la serata di sabato. Le tensioni con l’Iran montano: dopo le nuove sanzioni decise da Trump, Teheran annuncia esercitazioni militari in cui saranno testati missili e sistemi radar; e Washington manda al largo dello Yemen unità navali. Un filo di speranza viene dalla vicenda della piccola Fatemah, una neonata iraniana di quattro mesi autorizzata a entrare negli Usa per un intervento al cuore ‘salva vita’, al Mount Sinai Hospital di Manhattan.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+