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Sanzioni e moniti all’Iran, una revisione dell’apertura a Cuba, primi effetti della stretta sui visti dopo il bando sugli ingressi negli Usa da sette Paesi islamici; e persino un’espressione di scherno per la Francia, vittima dell’ennesimo attacco terrorista: “Si facciano furbi”, sibila, con la rasoiata d’un tweet, il presidente americano Donald Trump.

E’ l’ormai solita giornata di sonori schiaffoni alla Casa Bianca: ce n’è per tutti, vecchi nemici che l’Amministrazione Obama aveva trasformato in potenziali partner, come l’Iran e Cuba; e pure vecchi amici che magari s’aspetterebbero un po’ di solidarietà invece che raffiche di provocazioni.

Le tensioni innescate dal test missilistico iraniano della scorsa settimana spingono il Dipartimento al Tesoro a dare il via libera a nuove sanzioni contro Teheran: misure non diverse da quelle già adottate da Barack Obama tempo fa, ma che hanno un impatto politico maggiore perché arrivano quando il clima tra Usa e Iran è totalmente cambiato. Tra il ‘Grande Satana’ e lo ‘Stato canaglia’ c’è grande tensione, con l’ayatollah Khatami che accusa l’America di volere “la guerra con l’Islam”.

Il giudizio di Trump è lapidario: “Non si stanno comportando bene”, dice degli iraniani. Che, però, non ci pensano neppure a porgere l’altra guancia e applicano il principio di reciprocità. Gli iraniani non possono più entrare negli Stati Uniti per tre mesi? E gli americani non entreranno in Iran. Così Teheran cancella l’iscrizione degli atleti Usa ai campionati mondiali di wrestling che si svolgeranno a Kermanshah il 16 e 17 febbraio. Nessun altro Paese colpito dal bando Usa, Iraq, Yemen, Siria, Libia, Sudan, Somalia, ha risposto con tanta fermezza.

Gli effetti del bando si fanno sentire: in una settimana, sono oltre 100 mila i visti Usa già revocati, secondo quanto i legali del Dipartimento di Giustizia hanno rivelato in un’udienza sul divieto. Le misure non avrebbero colpito nessun residente permanente al rientro negli Stati Uniti.

Mentre l’Islam è in fermento contro le decisioni di Washington, l’Amministrazione statunitense s’appresta ad aprire un altro fronte e a rivedere le politiche verso Cuba, con particolare attenzione – viene detto – al rispetto dei diritti umani: si profilano passi indietro rispetto alle aperture compiute dalla presidenza Obama, che non aveva mai avuto l’avallo del Congresso alla revoca del bando.

A sorpresa, ce n’è pure per Israele, a dieci giorni dalla visita di Netanyahu alla Casa Bianca: “La costruzione di nuovi insediamenti o l’ampliamento di quelli esistenti al di là degli attuali confini potrebbe non aiutare il raggiungimento della pace con i palestinesi”. Una svolta quasi a 180 gradi rispetto all’iniziale incoraggiamento al governo israeliano per la costruzione di altre 5 mila nuove abitazioni in Cisgiordania. Il cambio di rotta matura dopo l’incontro di Trump con il re di Giordania Abdullah II e al momento dell’insediamento al Dipartimento di Stato del ‘realista’ Rex Tillerson.

E l’ambasciatore designato deli Usa presso l’Ue, Ted Malloch, continua le punture di spillo contro l’Unione e l’euro: definisce la moneta unica “un esperimento imperfetto”, ripete che la Brexit è solo la prima di altre uscite e preannuncia una politica europea dell’Amministrazione Trump totalmente nuova. In un’intervista allo Spiegel, Malloch ribadisce che “gli Stati Uniti preferiscono collaborare in bilaterale con i singoli Stati Ue”, anche perché, “detto apertamente, ci troveremmo in vantaggio”. E, se non fosse tutto chiaro, aggiunge: “Qualora sedessi al tavolo di una banca d’investimento, punterei contro l’euro”.

Sul fronte interno, Trump ha firmato due decreti per la riforma di Wall Street: un passo per aprire la strada al ridimensionamento delle regole volute da Barack Obama dopo la crisi finanziaria. Uno dei due ordini sospende il cosiddetto “ruolo fiduciario” che richiede agli advisor di conti pensionistici di lavorare nel miglior interesse dei loro clienti.  Il portavoce della Casa Bianca giudica “disastrosa” la riforma di Wall Street fatta dall’Amministrazione Obama e anticipa che le regole che le banche devono rispettare saranno ridotte.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+