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A military ship patrols in the port of Valletta on February 2, 2017 on the eve of an Informal meeting of EU heads of state or government in Malta. European leaders will seek at a summit in Malta to rally behind a future course for the beleaguered EU in the face of huge threats from migration, Brexit and Donald Trump. / AFP PHOTO / Filippo MONTEFORTE

C’è la benedizione dei leader europei sull’accordo con la Libia per frenare il flusso dei migranti nel Mediterraneo: è il tentativo di chiudere la ‘via del mare’ dopo avere già chiuso, con l’intesa con la Turchia, l’ ‘autostrada dei Balcani’. Peccato che il cerbero turco sia Erdogan, l’uomo forte che, tra un attentato e l’altro, controlla la situazione nel Pease; mentre il cerbero libico è al-Serraj, che non controlla neppure la capitale Tripoli. E che il funzionamento dell’accordo resta, dunque, da verificare.

Però, riuniti a Malta i leader dei 28 fanno tutti finta che vada bene così, con buona pace dei diritti umani e civili di quei poveri diavoli che vorrebbero fuggire dalla guerra e dalla miseria. Il Vertice che è informale non dà il brivido di un litigio. Ma dal testo della dichiarazione sull’immigrazione sparisce, un po’ alla chetichella, ogni riferimento alla riforma del sistema di asilo europeo e cioè del regolamento di Dublino.

La riforma era inizialmente inserito nella bozza della Dichiarazione tra le azioni da intraprendere per ‘sviluppare ulteriormente la politica migratoria europea’: i leader dei 28 dovevano impegnarsi a continuare a lavorare sul problema dei rimpatri “durante i negoziati sulle proposte per riformare il sistema di asilo comune europeo”. Dal punto di vista pratico, non cambia nulla: da dicembre, c’è l’impegno a decidere sulla riforma dell’asilo entro giugno. Ma il rifiuto di evocare il tema indica come le sensibilità sulla questione restino elevate.

Dato l’avallo europea all’intesa italo-libica e rinnovato l’impegno a rafforzare la cooperazione con i Paesi africani da cui partono i migranti, i capi di Stato o di governo dei Paesi dell’Ue si sono concessi un pranzo nella baia della Valletta, a bordo d’un due alberi d’epoca, come bravi gitanti. A tavola, però, c’era un convitato di pietra: Donald Trump, il presidente americano. E’ stato il ‘Donald de noantri’, il polacco Tusk, presidente del Consiglio europeo, a chiedere a chi ha avuto più contatti con il magnate presidente lumi e impressioni: Theresa May, François Hollande e Angela Merkel hanno fatto i loro rapporti.

Tirando le somme, Tusk, che aveva pubblicamente ammesso la “preoccupazione” dell’Unione, s’è mostrato positivo: “L’unica vera minaccia è che non siamo uniti di fronte alle sfide” che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca comporta. La nuova situazione – ha detto a Vertice concluso – “è una sfida e non una minaccia, ma può diventarlo se non siamo uniti e determinati”. Per Tusk, l’atmosfera fra i 28 è “promettente”: “Oggi, abbiamo dimostrato di essere sufficientemente uniti” per reggere la partita. Tra i 28, “abbiamo diversi temperamenti, ma un solo obiettivo: proteggere l’Europa”. Da Trump, ancora nessun tweet di commento: va bene che ieri litigava con l’Iran, ma il silenzio del presidente è un altro segno dell’irrilevanza europea, almeno ai suoi occhi.

Nelle pause del Vertice, il premier Gentiloni e il presidente della Commissione europea Juncker hanno parlato dei conti italiani. Su cui Bruxelles chiede dettagli, che Roma intende fornire. Un’ombra sul 60° anniversario della firma a Roma il 25 marzo 1957 dei Trattati europei? Gentiloni lo nega, “nessun imbarazzo”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+