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La strage della moschea in Canada, a Quebec City, stende un velo d’orrore sulle proteste che attraversano gli Stati Uniti, dopo le misure discriminatorie di Donald Trump contro rifugiati e musulmani: il presidente magnate spiega di volere prevenire attacchi integralisti sul territorio americano, ma sono i ‘suprematisti’ autoctoni a uccidere persone innocenti.

Contestazioni politiche e proteste popolari continuano a crescere, dopo che Trump ha deciso la chiusura delle frontiere ai rifugiati (per 120 giorni) e a tutti i cittadini di sette Paesi musulmani, Iran, Yemen, Iraq, Siria, Libia, Sudan e Somalia (per 90 giorni). Sotto la spinta delle critiche, la Casa Bianca ha rivisto l’applicazione di alcune misure e ora, ufficialmente, non c’è più nessuna persona bloccata negli aeroporti statunitensi, anche se le fonti non sono unanimi in merito.

Trump non rallenta il ritmo battente della sua presidenza: oggi renderà pubblica la sua scelta per la Corte Suprema, cioè il giudice che dovrebbe garantire l’orientamento conservatore della massima magistratura degli Stati Uniti, oggi divisa quattro a quattro. Correndo a rotta di collo, il magnate mantiene le promesse e galvanizza la sua base, ma cancella l’effetto ‘luna di miele’ con l’opinione pubblica del suo Paese: anche chi era disposto a concedergli il beneficio del dubbio, a questo punto glielo nega. Per i sondaggi, la sua impopolarità è cresciuta a livelli record per un presidente appena insediato.

Le disposizioni hanno creato dubbi e incertezze fra gli addetti all’immigrazione e, quindi, richieste di chiarimenti e contestazioni. In un primo tempo, sembrava che anche i cittadini dei sette Paesi legalmente residenti negli Stati Unti fossero colpiti dal bando, ma pare ora acquisito che ne sono esenti. Fra le vittime dei provvedimenti, i media americani raccontano storie di famiglie che vedono la loro riunificazione ritardata e di studenti che non possono tornare nelle loro Università.

Trump nega che le misure siano discriminatorie, insiste che il bando non è anti-musulmani, ma anti-terroristi, sostiene che i disagi negli aeroporti sono provocati dai dimostranti, fra cui ci sono “parecchi ragazzi cattivi” – “s’indignano sui rifugiati, ma non lo facevano per i posti di lavoro perduti”. La sua consigliera Kellyanne Conway, quella dei “fatti alternativi”, accusa chi sfila in corteo di essere “poco informato”.

Secondo il NYT e buona parte della stampa americana, il piano di Trump non ha avuto un’adeguata preparazione dal punto di vista legale. Ministeri ed agenzie federali coinvolte non sono stati consultati e non erano neppure al corrente di quel che si stava preparando.

I procedimenti giudiziari sono appena all’inizio: almeno 16 giudici federali sono già intervenuti, in almeno quattro città i magistrati hanno decretato che il presidente ha agito troppo in fretta. Ma le vertenze giudiziarie potrebbero protrarsi per anni e sfoceranno certamente alla Corte Suprema.

Trump insiste che i provvedimenti riguardano la sicurezza nazionale – e uno degli ispiratori sarebbe il suo contestato consigliere ‘suprematista’ Stephen Bannon, che ha appena ottenuto un posto di prima fila nel Comitato per la sicurezza nazionale, dove sono stati ‘declassati’ responsabili dell’intelligence -. Nonostante la Casa Bianca magnifichi “una grande giornata per la sicurezza nazionale”, gli esperti di anti-terrorismo pensano che le misure non garantiscono una significativa riduzione della minaccia di attacco sul territorio americano.

Persino alcuni parlamentari repubblicani stanno chiedendo al presidente di fare un passo indietro. E i leader democratici gli sollecitano un incontro sulla sicurezza nazionale. Tace Mike Pence, il suo vice, che, nel 2015, in un tweet, si diceva contrario alla messa al bando dei musulmani.

Leader europei e imprenditori americani, uomini di cultura e spettacolo e i signori del web, Hollywood e la Silicon Valley, fanno sentire la loro voce. Starbucks annuncia che assumerà 10mila rifugiati, la Nike e la Uber sono contro, a Wall Street Goldman Sachs i fratelli Koch denunciano le misure, i leader cristiani le bocciano. Invece, Grandi Paesi arabi non toccati dal blocco, come l’Egitto e l’Arabia Saudita, non fanno commenti pubblici. Altri colpiti, invece, come l’Iran e l’Iraq, scelgono la reciprocità, sia pure con diversa fermezza.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+