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Da quando Donald Trump ha giurato come 45° presidente degli Stati Uniti, si ha l’impressione che alla Casa Bianca ci sia un Super-Eroe con Super-Poteri. O, almeno, è la sensazione che si ricava scorrendo le cronache da Washington. L’elenco delle cose fatte è impressionante: magari, non ce n’è neppure una di buona, ma questo è un altro discorso. Soltanto ieri – non a caso, il settimo giorno dal suo insediamento – Donald Trump s’è un po’ riposato, andando a Filadelfia per discutere che fare con i leader repubblicani del Congresso.

Lì, c’era anche il premier britannico Theresa May, che oggi sarà ricevuta alla Casa Bianca, primo leader straniero in assoluto. “Insieme, noi e gli Usa possiamo ancora guidare il Mondo” ha detto – patetica più che fiduciosa – alla partenza da Londra, mentre il suo Governo assicurava ai Comuni che la Gran Bretagna non adotterà mai la tortura – appena ripristinata da Trump – come strumento anti-terrorismo.

Che cosa consente a Donald Trump di agire con tanta rapidità ed efficienza? Non i Super-Poteri, ma semplicemente i poteri riconosciuti al presidente degli Stati Uniti dalla Costituzione e un utilizzo magari un po’ spregiudicato degli ‘executive powers’ e degli ‘executive orders’. E’ sostanzialmente grazie ad essi, e ad essi solo, che Trump è riuscito a limitare gli esborsi dell’Obamacare e a bloccare quelli per l’aborto – l’Olanda intende finanziare i consultori così rimasti senza fondi -; a decretare l’abbandono del Tpp, il mercato comune trans-pacifico, dove la Cina potrebbe ora subentrare agli Usa, e il blocco dei negoziati del Ttip, il mercato comune trans-atlantico; a decidere l’ampliamento della barriera al confine con il Messico per arginare l’immigrazione illegale e restrizioni all’accoglienza di rifugiati da Siria e da Paesi a rischio terrorismo, soprattutto islamici; a rilanciare gli oleodotti Keystone XL e Dakota, che destano proteste degli ambientalisti e dei nativi americani; a reintrodurre nei metodi d’interrogatorio della Cia torture come il ‘waterboarding’ e altre pratiche molto discutibili cancellate da Barack Obama.

Gli ‘executive powers’ consentono di gestire l’Unione in base alle priorità dell’Amministrazione: usandoli, il presidente può diramare norme, regolamenti e istruzioni alle Agenzie federali, che sono vincolanti e che non richiedono l’approvazione del Congresso. Un ordine esecutivo non può, però, violare la Costituzione e neppure la legge; e contro di essi è possibile adire le vie legali, contestandone la legittimità. Un ordine esecutivo può, invece, abrogarne uno precedente, emanato, ad esempio, da un altro presidente.

I poteri del presidente sono regolati dall’articolo II della Costituzione statunitense: può promulgare le leggi o esercitare il diritto di veto, comanda le forze armate – è il ‘comandante in capo’ -, convoca o aggiorna il Congresso, concede grazie e condoni, riceve le credenziali degli ambasciatori, conclude trattati internazionali che devono però essere ratificati dai due terzi del Senato. In forza dell’articolo III, il presidente può inoltre designare i giudici della Corte Suprema e i giudici federali e, ovviamente, i suoi ministri – giudizi e ministri devono però essere confermati dal Senato -.

In questi giorni, Trump sta completando la propria squadra e il Senato sta vagliando le nomine: Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, è l’ultima finora confermata nell’incarico. La Haley, però, parte con l’handicap, perché Trump ha appena tagliato del 40% i finanziamenti ad alcune agenzie dell’Onu. La designazione del giudice vacante della Corte Suprema è attesa il 2 febbraio.

Quando si tratta di fare e/o disfare una legge, ci vuole, invece, l’intervento del Congresso: abrogare e sostituire l’Obamacare, attuare la riforma fiscale, lanciare un piano per la crescita e l’occupazione sono provvedimenti che devono seguire l’iter legislativo, così come tutte le decisioni di bilancio.

Infine, escono dal cappello della fantasia di Trump altre novità, come la conferenza stampa senza domande già sperimentata alla Casa Bianca; o i “fatti alternativi” – li chiama così la consigliera Kellyanne Conway -, cioè le menzogne certificate del presidente e del suo portavoce Sean Spicer; o ancora la richiesta di una maxi-inchiesta sui brogli elettorali, che sarebbe una massiccia truffa che avrebbe impedito a Trump di ottenere la maggioranza popolare consentendo a milioni d’immigrati senza documenti di votare illegalmente. Il presidente non ha dato nessuna prova di tale complotto, tranne un episodio riferitogli da un giocatore di golf tedesco e relativo alla Florida. I suoi stessi avvocati affermano che il voto non è stato alterato da frodi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+