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Una ne dice e una ne fa. Anzi, capita persino che ne faccia più di quante ne dice. Le prime 72 ore alla Casa Bianca di Donald Trump sono da Guinness dei Primati: frena le spese dell’Obamacare e blocca i fondi per l’aborto, congela le assunzioni dell’Amministrazione federale; chiama a corte i suoi aspiranti scudieri europeo, la May, e mediorientale, Netanyahu; convoca Canada e Messico, per rinegoziare l’area di libero scambio nord-americana, e fa saltare il mercato comune del Pacifico (Tpp), la cui trattativa Obama aveva da poco chiuso.

Apparentemente, la coerenza tra il dire e il fare non manca al magnate divenuto presidente, che fa pure sapere d’essersi dimesso dalle sue società e – tra una decisione e l’altra – trova il modo di fare sparire la versione in spagnolo del sito della Casa Bianca, dopo averne già eliminato le due sezioni sul clima e sui diritti civili. Al rigore nei tagli per la sanità corrisponde, però, una certa liberalità nell’arredo dello Studio Ovale: tende, tappeto e divani color oro scintillante; quelle di Obama, colore rosso cupo, non piacevano.

Trump chiama al telefono il presidente egiziano al-Sisi, che ha scelto come interlocutore arabo privilegiato, e riunisce i leader del mondo degli affari: promette loro di ridurre l’aliquota delle tasse per le aziende dal 35 al 15/25% – la forbice è larga -, ma chiede in cambio di produrre e assumere negli Stati Uniti e sollecita un piano per il settore manifatturiero.

Il suo attivismo mette ansia alle borse e ai mercati; e l’indice della paura a Wall Street va su del 5%, di fronte alla minaccia del protezionismo, che farebbe già sentire i suoi effetti – l’Argentina denuncia un blocco dell’export di limoni negli Usa -. Il rally inopinatamente innescato dall’elezione del magnate, che aveva fatto campagna da nemico della finanza, s’è ormai fermato da varie sedute.

Gli investitori vogliono certezze sulle misure per stimolare l’economia, che la Fed frena, e tagliare le tasse – i repubblicani nel Congresso ci stanno lavorando -. Trump, invece, aziona il turbo sugli scambi, minacciando forti dazi per chi sposta la produzione fuori dagli Stati Uniti e poi vuole esportare negli Usa.

L’ordine esecutivo con cui dispone il ritiro degli Usa dal Tpp, l’accordo commerciale Trans-Pacifico, cui avevano fra l’altro aderito Giappone, Corea del Sud e tutti gli Stati della Costa Pacifica dell’America latina, è una mera formalità, perché l’intesa non era mai stata ratificata dal Senato e non era quindi operativa. Con analogo ordine esecutivo, Trump dispone il rinegoziato della Nafta, che deve però essere condotto con Canada e Messico, i cui leader, il premier Trudeau e il presidente Pena Nieto, si sono ieri consultati telefonicamente sul da farsi.

Le dimissioni di Trump dalle sue società, il cui controllo passa ai figli, coincide con l’avvio d’un’ennesima azione legale contro il neo-presidente. Alcuni avvocati ‘etici’ chiedono che gli hotel Trump non accettino più pagamenti da governi stranieri, che sarebbero in violazione d’una clausola della Costituzione statunitense. Il magnate, che considera l’iniziativa legale “totalmente senza fondamento”, deve pure fare fronte alle critiche di chi non ritiene soddisfacente la soluzione trovata al conflitto d’interessi tra il suo ufficio di presidente e i suoi affari da imprenditore: Trump conserva, infatti, la proprietà delle sue aziende e non ne ha affidato la gestione a un ‘blind trust’, come fecero per i loro beni i suoi predecessori.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+