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Appena insediatosi nello Studio Ovale, Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo per ridurre l’onere dell’Obamacare, le cui estreme conseguenze potrebbero essere di lasciare senza assistenza 18 milioni di americani. Trump l’ha fatto con il cuore netto, prima di andare con Melania ai balli delle feste dell’Inauguration Day, in giro per Washington.

Ieri, il presidente s’è recato nella Cattedrale Nazionale, per un rito di preghiera, e alla sede della Cia, per un ipocrita ringraziamento all’intelligence americana (che fino a ieri criticava). Ma il Mall, sabato occupato dai suoi elettori, è stato inondato dalla protesta d’una marea di donne (e non solo) con i loro cappelli rosa. Una manifestazione impressionante da mezzo milione di persone, con echi in tutta l’Unione, a New York e in decine di città, e in gran parte del Mondo, da Firenze a Parigi a Berlino.

Il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer non dà dettagli su cosa comporti in concreto alleggerire il peso dell’Obamacare. E’ una tattica che in Italia conosciamo bene: annunci d’avere fatto una cosa senza in realtà averla ancora fatta; ma se lo annunci bene tutti la danno per fatta e tu ci stampigli sopra un timbro.

Trump aveva a più riprese assicurato che la revoca dell’Obamacare sarebbe stata parallela all’avvio di un meccanismo alternativo, cui il Congresso, su input repubblicano, sta già lavorando. Ma ora ha evidentemente fretta di mantenere le promesse e si porta avanti con la sua agenda. Dalla home page della Casa Bianca sono pure sparite le pagine del clima e dei diritti: revisioni in corso pure lì.

Inoltre, il capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus s’appresta a chiedere il congelamento delle regole in atto alle agenzie governative: è una prassi comune nei passaggi di consegne perché dà modo ai nuovi venuti di rivedere le regole esistenti ed eventualmente modificarle e/o revocarle.

Nel primo decreto esecutivo presidenziale dell’era Trump, si legge: ”La mia amministrazione vuole abolire” l’Obamacare; nell’attesa, ”è essenziale assicurare che la legge sia attuata in modo efficiente, prendendo tutte le azioni per minimizzare il peso economico e regolatorio e consentendo agli Stati maggiore flessibilità”.

Quasi per assurdo, il gesto di Trump coincide con un sondaggio che, per la prima volta, riscontra una maggioranza di americani favorevole all’Obamacare: 49% pro e 47% contro. Nei giorni scorsi, il Congressional Budget Office, un organismo indipendente, calcolava che abolire l’Obamacare senza immediatamente sostituirla farà perdere nel giro d’un anno la copertura sanitaria a 18 milioni di cittadini e farà salire il numero dei non assicurati a 32 milioni, con i premi per chi acquisterà individualmente la propria copertura in aumento del 50%.

A livello statale, c’è chi si muove per attenuare l’impatto delle misure di Trump: Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, cerca di tamponare le conseguenze, specie per le donne, e offre un accesso maggiore all’aborto e ai contraccettivi gratis, sollecitando le assicurazioni a coprire i costi degli aborti necessari per ragioni mediche e ad offrire forme di contraccezione a costo zero.

Lo stop all’Obamacare è solo il primo passo. Sul sito della Casa Bianca, già compaiono i pilastri della nuova Amministrazione: rottamazione dei trattati commerciali a partire dal TPP e dal Nafta; piano di rilancio dell’economia con l’obiettivo di una crescita annua al 4% e della creazione di 25 milioni di posti di lavoro in dieci anni; escalation dell’offensiva contro il sedicente Stato islamico; scudo spaziale per difendere gli Usa da eventuali minacce di Paesi come Iran e Corea del Nord. Mosse significative potrebbero essere fatte già domani, con una stretta sugli ingressi negli Usa, dentro un pacchetto di misure per rendere più sicuri i confini nazionali – niente muro però, per ora -.

Ma sulla scrivania del presidente ci sono già almeno altri sei dossier considerati prioritari: appunto l’abrogazione e sostituzione dell’Obamacare; l’avvio di negoziati per un nuovo patto commerciale con la Gran Bretagna post-Brexit; il piano del Pentagono per il possibile invio di più soldati in Siria per ‘liberare’ Raqqa; un piano per le infrastrutture da 1.000 miliardi; una revisione delle spese immediata che faccia ‘dimagrire’ il governo federale; la nomina in sospeso d’un nuovo giudice della Corte Suprema.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+