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Ha sceso i gradini del Campidoglio che era solo un uomo d’affari ricco e presuntuoso, il cappotto e la giacca sciattamente aperti sulla camicia bianca e la cravatta rossa, il pollice levato. Li ha risaliti, un’ora dopo esatta, che era il presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente al Mondo, lasciando dietro di sé un senso di sgomento in chi aveva ascoltato il suo discorso e un senso di euforia in chi voleva solo inebriarsi delle sue parole semplici e agghiaccianti, “Domineremo di nuovo il Mondo”, gli altri sono “liberi di seguirci”.

Donald Trump s’è insediato alla Casa Bianca da 45° presidente degli Stati Uniti, con una cerimonia serrata nei tempi, fitta di prediche religiose d’ogni fede e di stacchi musicali più patriottici che artistici. Trump, i capelli meno in disordine del solito, è parso emozionato e a tratti imbarazzato, ma non per questo meno spavaldo e tracotante: al suo arrivo, saluta Obama e frettolosamente Biden, ignora Hillary appena una fila più dietro, dà un bacio sulla guancia a una Michelle improvvisamente invecchiata, un’ombra di ansia sul viso mai così duro – e non è solo il freddo -, nel cappotto rosso che l’infagotta, mentre Melania è splendidamente avviluppata in un vestito azzurro a collo alto, con i guanti lunghi dello stesso colore.

La cerimonia fila via veloce: i giuramenti, prima Pence, il vice, poi Trump, l’abbraccio a Melania e il pugno brandito, le salve di cannone, alla fine di tutto l’inno. Dopo il giuramento, Trump comincia a parlare e in quel momento comincia a piovere (“Una benedizione divina”, è la lettura compiacente di uno dei tanti preti di questo evento). Davanti al presidente, dalle pendici del Campidoglio fin giù al Monumento di Washington, a metà del Mall, una folla venuta ad applaudirlo.

Ma c’è altra gente, in quel momento, a Washington e in molte altre città americane, che protesta (e lo farà anche oggi). Nella capitale federale, manifestanti tutti vestiti di nero e con il volto coperto, stile black block, si sono scontrati con la polizia in assetto anti-sommossa: vetrine sono state infrante a colpi di mazza, mentre gli agenti usavano spray al peperoncino. Uno slogan diceva ‘Make racist afraid again, ‘facciamo di nuovo paura ai razzisti’, richiamando lo slogan di Trump ‘Make America Great Again’.

Uno slogan il cui concetto è tornato più volte nel discorso, che il presidente ha scritto di suo pugno – sentitolo, non è difficile crederlo -. Ad ascoltarlo, quattro ex presidenti degli Stati Uniti, Obama, Bush jr, Clinton, Carter – manca solo Bush sr, ammalato -, senatori e deputati (ma decine disertano l’evento, in segno di dissenso).

Trump ringrazia tutti. E parte subito forte: “Insieme, determineremo i destini del Mondo per gli anni a venire”. Assicura: “Stiamo trasferendo il potere da Washington a voi, il popolo… L’establishment s’è protetto, ma non vi ha protetto… Tutto questo cambierà ora e qui in questo esatto momento… Non importa che partito controlla il governo, ma se il popolo controlla il governo… Oggi è il giorno che il popolo torna a guidare l’America … Il mondo non ha mai visto un movimento del genere… Una nazione esiste per servire i propri cittadini…”.

Dell’America che Obama gli lascia, Trump fa un quadro da Germania Anno Zero di Rossellini. E, tra una citazione biblica e l’altra, afferma: “Questa carneficina americana si ferma qui e ora”.

Ecco un’antologia delle sue frasi: “Abbiamo difeso altri Paesi e non abbiamo difeso noi stessi, mentre l’infrastruttura americana andava in rovina… Abbiamo distribuito la nostra ricchezza… Ma questo è il passato e noi guardiamo al futuro: una nuova visione governerà il Mondo, che si riassume in un solo concetto, America First… Ricominceremo a vincere, come non abbiamo mai vinto; riporteremo indietro i nostri posti di lavoro, la nostra ricchezza, i nostri sogni… Ricostruiremo il nostro Paese con mani americane e lavoro americano, all’insegna di ‘compra americano e assumi americano’…”.

E ancora: “Cercheremo pace e amicizia con le nazioni del Mondo, ma è legittimo che ciascuno metta davanti i propri interessi… Sradicheremo dalla faccia della terra il terrorismo radicale islamico, libereremo il Mondo dalle malattie e dalla povertà… Possiamo essere neri, marrone o bianchi, ma tutti versiamo sangue rosso da patrioti… Quando l’America è unita, nessuno la può fermare… Pensare grande e sognare più grande: non accetteremo più politici che si lamentano sempre, ma non fallo mai nulla… Il tempo delle chiacchiere è finito, è l’ora dell’azione… Non sarete mai più ignorati, le vostre voci, le vostre speranze, i vostri sogni definiranno le nostre scelte… Faremo l’America forte, ricca, orgogliosa, sicura, grande di nuovo”.

“Dio benedica l’America”, conclude scontatamente. Ma benedica pure noi, che ora ne abbiamo più bisogno che mai. Finita la cerimonia, comincia la presidenza, continuano le proteste, vanno avanti le feste: la sera, ci sono i balli dell’insediamento in giro per Washington. Gli Obama stanno già volando lontano: prima di salire sull’elicottero, Barack sussurra una frase all’orecchio di Melania, forse confida più in lei che nel marito.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+