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Solo due cose accomunano Barack Obama, presidente uscente, e Donald Trump, presidente eletto, alla vigilia del passaggio di consegne domani sul Campidoglio di Washington: la Bibbia di Lincoln, su cui Trump giurerà come aveva già fatto Obama; e il te che, prima della cerimonia, i Trump andranno a prendere dagli Obama alla Casa Bianca – Michelle lo servirà a Melania con tanto limone e niente zucchero -.

Trump è pronto a giurare e ad insediarsi, ma è il presidente meno popolare del dopoguerra: solo quattro americani su dieci ne hanno un’opinione positiva, mentre sei su dieci apprezzano Obama. Non c’è da stupirsi, visto che il magnate e la sua rivale Hillary Clinton erano i candidati più impopolari, oltre che più vecchi, nella storia dell’Unione.

I sondaggi non preoccupano Trump, che li dice truccati “come quelli sul voto” – truccati o no, erano sbagliati -. Né lo scuote il dato che metà degli americani siano convinti che la Russia ha interferito, con i suoi hacker, sul voto presidenziale.

Sarà l’insediamento più breve, e pure più costoso, ma al giuramento ci saranno molti posti liberi. Decine di deputati e senatori boicotteranno la cerimonia d’insediamento – “Non m’interessa: basta che mi cedano il loro biglietto”, commenta il magnate -, mentre i bagarini non riescono a piazzare online i biglietti gratuiti di cui hanno fatto incetta. Hillary, invece, ci sarà, accanto al marito ed ex presidente Bill Clinton: da qualche giorno, è tornata a farsi vedere in pubblico.

Contestazioni sono annunciate da varie parti: Anonymous invita ad attaccare sulla rete Trump, che, invece, Wikileaks protegge; le donne marceranno su Washington, come un secolo fa per il diritto di voto; il sindaco di New York Bill de Blasio si unirà alle proteste. In compenso, è segnalato l’arrivo di 5000 bikers, ‘pretoriani trumpiani’ determinati a “fare muro”.

Appena non più in carica, Obama andrà in vacanza con la famiglia a Palm Spring, in California. Ma fino all’ultimo, non ha smesso di ‘avvelenare i pozzi’ a Trump e di mettergli i bastoni fra le ruote: proroga l’emergenza in Libia fino al 25 febbraio; fa sapere che altri detenuti potrebbero essere trasferiti da Guantanamo; chiede al Pentagono un piano, che sarebbe pronto, per l’invio di più soldati in Siria; manda 4.00 carri armati Usa in Polonia in ambito Nato in funzione anti-russa; rafforza la coesione dei firmatari sull’accordo sul nucleare con l’Iran; e versa 500 milioni di dollari al fondo Onu per l’ambiente e il clima. Tutte decisioni sgradite a Trump e ai suoi, che s’apprestano a rovesciare quelle che possono rovesciare.

Pure Trump si complica la vita: all’insediamento, ci sarà l’ex premier di Taiwan Yu, la cui presenza irrita la Cina – il che, però, non dispiace al presidente eletto, che l’ha eletta a suo bersaglio ‘numero uno’ -. Ma il magnate fa pure una cosa buonista: rinuncia, per il momento, ad espellere la stampa dalla Casa Bianca.

Proseguono, intanto, le audizioni di conferma in Senato dei ministri di Trump: alcuni hanno problemi, ma nessuno al momento rischia la bocciatura, neppure Betsy DeVos (istruzione), che privilegia la scuola privata su quella pubblica, e Tom Price (sanità), accusato di insider trading.

Di Italia, ce ne sarà poca nell’Inauguration Day, dopo il rifiuto di Andrea Bocelli e la decisione della first lady Melania di vestire Ralph Lauren, e non Dolce e Gabbana, per il giuramento. L’italianità è affidata a due forme di fontina recapitate dalla Valle d’Aosta alla Casa Bianca: Trump ne è ghiotto.

 

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+