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Dopo la sbornia dei giorni immediatamente successivi all’Election Day, le borse e i mercati si sono messi in modo d’attesa: aspettano l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e, soprattutto, aspettano di vedere quel che il magnate farà davvero, di tutto quello che ha promesso; e il dollaro arriva più fiacco che debole all’Inauguration Day. L’inizio di una nuova era è sempre contrassegnato da dubbi e incertezze, che minano la forza delle valute.

Wall Street, che puntava sul cavallo perdente, Hillary Clinton, ha rapidamente compreso che Trump potrebbe non essere il babau annunciato: ha un’Amministrazione zeppa di finanzieri e imprenditori. Più che la revoca dell’Obamacare, la cartina di tornasole decisiva sarà la riforma fiscale: la proposta all’esame Congresso, messa a punto dai repubblicani, non convince Trump e neppure il mondo degli affari, perché è troppo complicata (e al magnate piacciono le cose semplici e immediatamente percepibili).

Timorosa di stangate sui dazi, l’industria, non solo automobilistica, fa a gara per lusingare Trump e guadagnarsi benemerenze in termini di investimenti e posti di lavoro negli Stati Uniti: dopo Ford e Cfa, anche la GM, che era stata bacchettata, promette un miliardo di investimenti negli Usa. Trump la ‘premia’, accomunandola alla Wallmart – grande distribuzione – in un tweet di ringraziamento: “Sto riportando in Usa lavoro e fabbriche, sto facendo grandi cose”. Il contagio della lusinga investe pure aziende non americane: la Bayer stanzia 8,5 miliardi di dollari per ricerca e sviluppo negli Usa, la Hyunday 3,1 miliardi di dollari per impianti industriali.

Invece, la Federal Reserve di Janet Yellen, militante democratica, è decisa a non darla vinta a Trump e ai suoi e nega nuovi aiuti alla crescita economica. E pure l’Fmi esprime riserve sulle ricette del magnate presidente: in particolare, giudica negative le scelte protezionistiche. A Davos, tempio della globalizzazione, è una pioggia di riserve: Christine Lagarde, direttore dell’Fmi, fa dell’ironia, “Aspettiamo il programma di Trump, se ne ha uno”; il presidente cinese Xi Jinping diventa campione del libero scambio; il vice-presidente Usa Joe Biden ci scherza sopra.

Ma non c’è niente da ridere: la Gran Bretagna di Theresa May s’è già resa all’America di Trump; e l’Ue non pare avere la forza e la visione, in questo momento, per fare da frangiflutti all’ondata d’economia populista in arrivo dagli Stati Uniti: “Se loro dicono Usa first, noi diremo Ue first”, avverte Manfred Weber, capogruppo Ppe al Parlamento europeo; ma i leader europei paiono meno determinati.

Clintoniani e sanderisti delusi organizzano una protesta davanti a Goldman Sachs a New York. Si prepara una nuova ‘Occupy Wall Street’? E’ possibile, ma un tweet di Trump potrebbe seppellirla, almeno fin quando il presidente eletto manterrà la sua presa sui suoi elettori e sui suoi sostenitori.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+