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Un 8 pieno non glielo dà nessuno degli esperti interpellati dalla Cnn per valutare il doppio mandato di Barack Obama alla Casa Bianca: qualcuno glielo riconosce per l’impegno, il carisma e, magari, l’impatto simbolico del primo nero alla presidenza degli Stati Uniti. Ma quando si tratta di giudicare i risultati conseguiti, i più generosi si fermano a un 7+ standard, qualcuno non va oltre il 6-. Perché Obama, di sicuro, non ha mantenuto tutto quello che faceva sperare: è stato di gran lunga migliore come candidato che come presidente.

Il giorno che venne eletto la prima volta, fu un’alba radiosa di speranza per tutto il Mondo. Adesso che se ne va, è una notte d’angoscia e di incubi, non solo perché gli succede Donald Trump.

Nel discorso d’addio, pronunciato a Chicago la scorsa notte, Obama ha chiesto ai suoi concittadini di non perdere la speranza: un luogo simbolico – la sua città e dove celebrò l’elezione nel 2008 – e un messaggio simbolico, con l’eco dello ‘Yes we can’.

La pace – Gli diedero il Nobel per la pace nel 2009 sulla fiducia, prima che potesse guadagnarselo: bastò un discorso al Cairo di apertura al Mondo arabo, dopo gli anni dello ‘scontro di civiltà’. Lui, in effetti, la guerra non l’ha (quasi) mai fatta, con sbavature in Libia nel 2011 e tentazioni in Siria nel 2014. Ma non ha neppure mai fatto la pace sul serio: le Primavere arabe si sono presto rivelate un’occasione perduta; la Libia è uno Stato fallito; l’Egitto di al-Sisi è una satrapia persino peggiore di quella di Mubarak; il ritiro mal gestito delle truppe dall’Iraq ha favorito la creazione tra Iraq e Siria del sedicente Stato islamico; la guerra civile in Siria continua a essere un’immane tragedia, dopo quasi sei anni e oltre mezzo milione di vittime; il ritiro delle truppe dall’Afghanistan non è mai stato completato; la prigione di Guantanamo non è stata né svuotata né chiusa. Infine, i rapporti con la Russia, specie dopo la crisi ucraina, sono peggiorati e retrocessi a livelli da Guerra fredda.

Nella colonna degli attivi, ci sono l’accordo sul nucleare con l’Iran e la distensione con Cuba: cioè, il superamento di situazioni di stallo nella politica estera degli Stati Uniti che hanno traversato oltre mezzo secolo di storia – e che Trump rischia di rimettere in discussione -. Non poco, in assoluto; ma poco, rispetto alle attese.

L’economia – Ereditò da Bush un Paese nel pieno d’una crisi finanziaria ed economica gravissima, che aveva trascinato in un vortice bancario l’Europa amica. Ha tenuto a galla banche e finanza e ha poi salvato l’industria automobilistica, consegna a Trump una Nazione che cresce più velocemente dell’Ue (ma non abbastanza per gli americani) e che ha tassi di disoccupazione bassissimi (eppure, gli americani avvertono solo il peso dei posti di lavoro perduti nel manifatturiero causa dislocazione e globalizzazione).

I disegni commerciali sono stati completati solo a metà – e quella metà sarà smantellata -: l’accordo di libero scambio con il Pacifico c’è, ma Trump intende denunciarlo; quello con l’Atlantico no (e Trump taglierà di netto il nodo gordiano dei dubbi europei).

La politica interna – Il primo mandato doveva essere nel segno della riforma sanitaria, che è stata realizzata; il secondo mandato nel segno della riforma dell’immigrazione, che non è stata realizzata (e che non è mai neppure decollata). Certo, governare con tutti il Congresso contro è complicato e frustrante, anche per un uomo di mediazione come Obama.

A conti fatti, il suo lascito rischia di ridursi a ben poco, se l’Obamacare sarà presto ridimensionata se non cancellata –i repubblicani lavorano già di piccone, con la benedizione del presidente eletto-. Come ben poco resterà dell’orto della Casa Bianca coltivato dalla first lady Michelle per trasmettere alle famiglie americane l’attenzione a una corretta alimentazione: nessuno s’immagina che Melania, la moglie di Trump, si metta a curarlo vestita Dolce e Gabbana.

I diritti civili – Qui, le cose sono andate bene per certi versi, male per altri. Con la sua elezione, Obama ha indubbiamente rotto il soffitto di cristallo dei neri; e, nel secondo mandato, ha fatto avanzare la nuova frontiera dei diritti civili per gay e lesbiche – conquiste tangibili, ma non al riparo da colpi di coda conservatori, specie quando la Corte Suprema avrà un’impronta di destra -.

Però, la presenza di un nero alla Casa Bianca ha fatto fermentare nella società residui razzisti che parevano dissolti e ha incrementato il livello di violenza a sfondo razziale, ma pure nelle scuole e sui posti di lavoro, o con echi di radicalizzazione come a San Bernardino in California e a Orlando in Florida.

Di fronte a ciò, il presidente è stato capace di lacrime, ma non d’azione: i repubblicani e la lobby delle armi lo hanno arginato. E gli ordini tardivamente impartiti per incrementare i controlli sulle vendite delle armi saranno presto revocati da Trump.

I democratici – E’ il capitolo più deficitario: dopo il 2008, con Obama presidente, i democratici non hanno mai vinto le elezioni politiche. Nonostante l’evoluzione demografica giochi a loro favore e consegni loro la maggioranza dell’Unione per una generazione, non hanno saputo mobilitare i loro potenziali elettori. Obama lascia un partito sconfitto e senza leader: lui è fuori, i Clinton ormai pure, Joe Biden non è un leader e non ha l’età, Elizabeth Warren è un leader ma anche lei non avrà l’età nel 2020, Bernie Sanders è il più vecchio di tutti. C’è, però, tempo per ricostruire.

Intanto, per due anni, fino al voto di midterm del 2018, Trump e i repubblicani hanno campo libero. Purché non facciano troppi danni, a casa loro e a casa nostra, nel Mondo: il fronte più debole è quello dell’ambiente, del clima, dell’energia, anche se Obama scrive che la scelta delle rinnovabili è “irreversibile”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+