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Di Mussolini, in campagna elettorale aveva citato “Meglio un giorno da leone che cento da pecora”. Ma gli si attaglia anche “Tanti nemici molto onore”, perché non passa giorno senza che s’allunghi la lista di quanti l’attaccano. Lui, però, non se ne cruccia: nega l’evidenza, se gli torna farlo, e conta i giorni – ormai solo dieci – che lo separano dalla Casa Bianca. Quando sarà presidente, i cortigiani gli s’affolleranno intorno con lodi e suppliche e molti media metteranno la sordina alle critiche.

Una coalizione inconsueta è quella tra intelligence e spettacolo, spie ed attori. Ai Golden Globes, che aprono la stagione dei premi e che sono stati assegnati nella notte italiana tra domenica e lunedì, Donald Trump, presidente eletto, è stato bersaglio degli attacchi dello show-bizz. E ieri il direttore della Cia, John Brennan, dimissionario, l’ha apertamente accusato d’ignorare la comunità dell’intelligence esponendo il Paese “a grande rischio e pericolo”: “La nuova Amministrazione deve prendere atto che questo è un mondo pieno di sfide e pericoloso e che l’intelligence può contribuire a tenere il Paese al sicuro e a proteggere gli interessi legati alla sicurezza nazionale”.

Dal palco del Beverly Hilton Hotel, in diretta televisiva, la più determinata nell’attaccarlo è stata Meryl Streep, una leggenda del cinema: “Se cacciassimo da Hollywood tutti quelli che non sono nati qui, non ci resterebbe nulla da guardare se non il football e le arti marziali, che non sono proprio arte”, ha detto, brandendo il riconoscimento alla carriera che le era appena stato conferito.

Il riferimento era alle politiche anti-migranti annunciate da Trump. Senza nominare lo showman che sarà presidente, la Streep ha poi ricordato con emozione quando scimmiottò, durante la campagna, un giornalista disabile: ”La mancanza di rispetto genera mancanza di rispetto, la violenza induce violenza, quella scena non so togliermela dalla testa… Quando l’istinto a umiliare, a perseguitare, viene liberamente espresso da un uomo potente entra nella vita di tutti perché è come autorizzare tutti a comportarsi così”.

La replica di Trump è arrivata, questa volta, non con un tweet, ma al telefono con il New York Times. La Streep ”è una Hillary lover”: lui non ha sentito il discorso, non ha visto i Golden Globes e non è sorpreso di essere attaccato “da quei liberal del cinema”, ma non ha mai preso in giro nessuno – il che è falso, perché l’episodio del giornalista disabile è nelle cronache della campagna -. Lo staff del magnate rovescia addirittura la frittata: l’attrice, una “lacché di Hillary sopravvalutata”, “suscita i peggiori istinti”.

Ci s’avvicina al passaggio del consegne in un clima politicamente rovente: tra poche ore, Obama farà il discorso d’addio; domani, Trump darà la sua prima conferenza stampa a oltre due mesi dall’Election Day. Oggi, inizieranno le audizioni in Senato per valutare le persone scelte da Trump per la sua Amministrazione: tocca a Jeff Sessions, senatore dell’Alabama, ministro della Giustizia in pectore, pronto, una volta in carica, a rovesciare molte scelte di Obama in materia di giustizia e immigrazione.

I democratici puntano a rallentare le audizioni, perché – dicono – le consuete verifiche sui prescelti non sono ancora stati conclusi. I repubblicani, invece, negano che vi siano motivi per frenare. Trump ne sta fuori e flirta su Twitter con l’industria dell’auto che gli tiene bordone, citando Fiat Chrysler e Ford.

L’intelligence americana viene ridicolizzata a Mosca per la sua denuncia degli hackeraggi russi sulle presidenziali statunitensi: per il Cremlino, gli 007 americani nel loro rapporto non hanno messo insieme uno straccio di prova.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+