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E’ quasi un derby italiano, l’elezione del nuovo presidente del Parlamento europeo: la partita si giocherà martedì 17 gennaio, a Strasburgo. I due maggiori gruppi dell’Assemblea di Strasburgo, cioè i popolari e i socialisti e democratici, hanno infatti candidato due italiani di grande esperienza europea alla successione di Martin Schulz, socialdemocratico tedesco, che lascerà il posto tenuto per cinque anni – un record: la rotazione delle presidenze era sempre avvenuta ogni due anni e mezzo -.

Gianni Pittella, 58 anni, Pd, lucano, capogruppo dei Socialisti e Democratici, e già vice-presidente del Parlamento europeo, sfida Antonio Tajani, 63 anni, Fi, romano, attuale vice-presidente vicario del Parlamento europeo, già vice-presidente della Commissione europea e responsabile dal 2008 al 2014, prima dei trasporti e poi dell’industria. La designazione di Tajani è stata accolta dal suo rivale con un cavalleresco “Vinca il più europeista”.

Che, però, fra i due rischierebbe d’essere il candidato liberale, l’ex premier belga Guy Verhofstadt, forse il più federalista degli attuali leader politici europei, che porta avanti una linea combattiva, all’insegna de “è ora di combattere i compari di Putin, Erdogan e Trump”, cioè i leader populisti che s’atteggiano a ‘uomini forti’. Esprime un candidato italiano anche la sinistra euro-critica: è Eleonora Forenza.

Il tramonto della Grande Coalizione europea

Schulz lascia il Parlamento perché punta a guidare i socialdemocratici tedeschi nella sfida politica di settembre ad Angela Merkel ed al suo binomio Cdu-Csu: una missione quasi impossibile, perché i socialdemocratici stanno subendo più dei cristiano-sociali il logoramento della Grande Coalizione al potere a Berlino dal 2013. Nel suo testamento politico, Schulz, candidato dei socialisti europei alla presidenza della Commissione europea nel 2014, constata che la cooperazione tra popolari e socialisti nel Parlamento europeo non è più auspicata e chiede voce in capitolo per gli eurodeputati nel negoziato sulla Brexit, “altrimenti – avverte – vi saranno conseguenze”.

Nell’Assemblea di Strasburgo, c’è dunque aria di rottura della coalizione tra popolari e socialisti che, da anni, gestisce dibattiti e decisioni. Uno degli obiettivi era contrastare l’avanzata euro-scettica, la cui onda è diventata marea nelle elezioni del 2014. Ma la mancanza di dialettica politica nei dibattiti europei ha contribuito ad offuscare l’immagine del Parlamento e ne ha intaccato credibilità e influenza.

Pittella ha un programma che vuole essere di discontinuità rispetto al clima di Grande Coalizione targato Schulz (ma la leader dei verdi europei, l’italiana Monica Frassoni, non vede come Pittella possa significare discontinuità). Tajani, che per ottenere la nomination dei popolari ha dovuto battere l’irlandese Mairead McGuinnes, il francese Alain Lamassoure e lo sloveno Lojze Peterle, intende essere “il presidente del consenso”.

Equilibri di potere in bilico

Se la scelta dovesse cadere su un popolare, cioè su Tajani, l’equilibrio delle presidenze che contano nell’Unione sarebbe alterato e altri giochi potrebbero riaprirsi. Attualmente, infatti, il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, e quello del Consiglio europeo – il polacco Donald Tusk – appartengono entrambi alla famiglia politica europea popolare: se anche il presidente del Parlamento europeo lo fosse, i socialisti reclamerebbero una delle altre due cariche, mentre i popolari nel loro vertice di metà dicembre hanno rivendicato tutti e tre i posti.

Il gioco delle presidenze che contano in Europa è poi completato dall’Eurogruppo, attualmente guidato dall’olandese Jeroen Dijsselbloem, socialista – ma di fatica a percepirlo -. Al presidente della Banca centrale europea Mario Draghi non viene invece attribuito colore politico.

Se Juncker appare inattaccabile, Tusk, che non è n sintonia con il suo governo, è più fragile. Ma Elmar Brok, presidente della Commissione Esteri del Parlamento europeo, forse l’eurodeputato più vicino alla Merkel, riavvolge il nastro della storia: “Il posto del presidente di Tusk non è a rischio. La storia dell’equilibrio ai vertici delle istituzioni è un’invenzione. C’è un accordo che prevede che nella seconda metà della legislatura la presidenza dell’Assemblea sia del Ppe … Avevamo proposto nel 2014 ai socialisti la presidenza del Consiglio europeo: potevano averla con Enrico Letta oppure con la leader danese Helle Thorning-Schmidt, ma Matteo Renzi preferì avere Federica Mogherini come alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. E’ stata una scelta loro”.

Se non ci saranno intese nei prossimi giorni, nessun candidato passerà nelle prime tre votazioni, quando ci vuole la maggioranza assoluta dei votanti: dei 751 eurodeputati, i popolari ne hanno 216, i socialisti 190, i conservatori 75, i liberali 70, 52 la sinistra euro-critica, 50 i verdi, 45 e 38 i due gruppi euro-scettici – in uno c’è il Movimento 5 Stelle, nell’altro la Lega -. Al quarto scrutinio, vince chi ha più voti.

Mai un italiano presidente del Parlamento eletto

Un valzer delle poltrone non sarebbe il viatico migliore, per l’Unione europea che ha davanti a sé un anno tormentato – la definizione è del New York Times -: il diffuso scontento rispetto all’establishment politico peserà l’anno prossimo sulle elezioni in Olanda, Francia e Germania (e pure su quelle italiane, se dovessero farsi).

Crescita economica lenta e disoccupazione, sentimento d’insicurezza e preoccupazione per il flusso dei migranti sono i maggiori temi prevedibili delle prossime campagne elettorali, tutti ovunque conditi da un diffuso sentimento anti-europeo. E se ancora il NYT s’interroga su quanto sia lontana l’Europa da una svolta a destra, il Financial Times vede planare sull’Unione “la minaccia dell’Italia”. The Guardian trae una ragione di speranza dalle presidenziali austriache del 4 dicembre, dove l’europeista verde Alexander van der Bellen battè il nazionalista euro-scettico e xenofobo Norbert Hofer: “è l’effetto Trump al contrario”.

Da quando viene eletto a suffragio universale, cioè dal 1979, il Parlamento europeo non ha mai avuto un presidente italiano: l’ultimo presidente italiano dell’Assemblea di Strasburgo è stato Emilio Colombo, in carica dal 1977 al 1979, ultimo presidente dell’Assemblea non eletta.

Gaetano Martino ne fu il primo presidente dal ’72 al ’74, Mario Scelba la guidò dal ’79 all’ ‘’81. Agli albori dell’integrazione, negli Anni Cinquanta, Alcide De Gasperi e Giuseppe Pella presiedettero l’Assemblea comune europea, un’antenata del Parlamento europeo.

Nelle legislature del Parlamento eletto a suffragio universale – siamo all’ottava -, il presidente è sempre stato avvicendato ogni due anni e mezzo, con l’unica eccezione di Schulz che ha fatto cinque anni, due mandati consecutivi a cavallo di due legislature: quattro i tedeschi, tre i francesi, tre gli spagnoli, un britannico, un irlandese, un olandese, un polacco, 12 uomini e due donne, entrambe francesi, Simone Veil, la prima, e Nicole Fontaine.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+