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La Turchia ha solo amici, a giudicare dagli attestati di solidarietà che le piovono da ogni dove dopo la strage di Capodanno a Istanbul: Russia e Usa, Nato e Ue, Mondo arabo e Occidente, tutti sono pronti a lottare al suo fianco contro l’idra a cento teste del terrorismo integralista, che non rivendica (ancora?) l’attacco, ma che molti considerano responsabile.

Ma la realtà è ben diversa: il regime di Erdogan ha un sacco di nemici, interni ed esterni, ed ha amici di cui non si fida e che non si fidano di lui: i giri di valzer di ostilità e alleanze lasciano strascichi di credibilità e di affidabilità, dall’una e dall’altra parte. La Turchia amica della Russia è la stessa che un anno fa ne abbatteva gli aerei in missione anti-jihadisti; e la Turchia anti-Califfo è la stessa che un anno fa favoriva il transito di foreign fighters e approvvigionamenti militari e che apriva le frontiere al petrolio delle milizie.

La carneficina alla discoteca di Besiktas quasi coincide con il cessate-il-fuoco in Siria concordato, la settimana scorsa, tra Russia, Turchia e Iran, a tutela del regime di al-Assad: la tregua ha certo inasprito, se mai fosse possibile, l’inimicizia verso la Turchia di Erdogan dei curdi, che dell’intesa fanno le spese, oltre che degli jihadisti del sedicente Stato islamico.

Ma la strage di Istanbul è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di attentati sanguinosi, che hanno avuto matrici diverse – integralista, curda, interna – e che non sempre sono stati rivendicati dall’autoproclamato Califfato, anche quando parevano portarne le stimmate. Inoltre, Ankara dà spesso la sensazione di attribuire l’attacco al nemico che più gli fa comodo al momento, gli jihadisti, o i curdi, o i ‘gulenisti’ che sono il capro espiatorio di tutti gli orrori dal colpo di stato fallito, vero o presunto, del luglio scorso.

Il bavaglio alla libertà d’informazione condiziona l’acquisizione di elementi di valutazione certi e ci mette alla mercé dei brandelli di notizie che vengono ufficialmente diramati. E il tamtam sui social, nutrito dai video e dai post dei testimoni diretti, favorisce la diffusione di bufale, che rendono ancor più difficile leggere gli eventi.

L’attacco ha caratteristiche che richiamano quello al Bataclan di Parigi e coincidenze che evocano la Siria, da una parte, e l’ostilità per l’Occidente, dall’altra. Ma le modalità fanno pure emergere lacune nella sicurezza, che il regime non ha interesse a sottolineare: l’allarme che sarebbe venuto dall’intelligence americana e che non sarebbe stato valutato nella sua gravità; l’irrisoria semplicità con cui la vigilanza è stata neutralizzata; l’angosciante ripetitività di eventi tragici in Turchia, contro i turisti a Santa Sofia, all’aeroporto di Istanbul, contro l’ambasciatore russo ad Ankara, contro i turisti di Capodanno; senza contare gli attentati nella Turchia più lontana dall’attenzione dell’Occidente. E tutto ciò in un Paese dove la repressione del dissenso è spietata, con migliaia d’ufficiali, di funzionari, di professori, di giornalisti incarcerati o sospesi dalle loro funzioni.

Il bollettino delle vittime al Reina, la discoteca investita dalla furia omicida del terrorista, suscita cordoglio internazionale: accanto a decine di turchi, vi sono fra i morti e i feriti, decine di stranieri, turisti o residenti israeliani, belgi, francesi, musulmani che festeggiavano un Capodanno laico (sauditi, libanesi, libici, marocchini). Una squadra di basket americana è scampata alla strage. Finora, non risulta la presenza di italiani, ma gli accertamenti continuano.

Erdogan assicura: “Cercano il caos, ma resteremo uniti”. Il Papa ha parole di cordoglio e vicinanza: “Il terrorismo è una macchia di sangue che avvolge il Mondo”. Gli Usa offrono aiuto. Putin afferma che è “dovere comune combattere il terrorismo”. Netanyahu esprime condanna e solidarietà, come fanno Mattarella, Gentiloni, Hollande, la Merkel, la Nato – la Turchia ne è membro – e l’Ue – la Turchia ne è fuori, ma l’accordo per la gestione dei migranti non può essere messo in discussione -.

L’attacco offre pure lo spunto agli avvoltoi xenofobi e anti-Islam per riproporre i loro mantra: “Siamo in guerra” e “Cacciamo i clandestini”, ignorando che molto spesso i terroristi turchi sono turchi radicalizzati, o estremisti del laicismo di Ataturk che Erdogan sacrifica all’islamismo, o curdi che scelgono la via del confronto militare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+