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Questa mattina, prendendo la metropolitano per andare a lavorare, la presenza dei due militari in mimetica all’ingresso della stazione m’ha colpito, come se fosse la prima volta che li vedevo. Ho notato che erano due ragazzi particolarmente alti e robusti e pure sorridenti; e che avevano la divisa perfettamente ben curata, come se fossero appena montati. Ma ho soprattutto rimarcato che c’erano, con un misto di preoccupazione e rassicurazione.

La minaccia terroristica, preferiamo tenerla in un cantuccio della memoria, quasi dimenticarla, ignorandone anche i segnali esteriori più evidenti – i militari nelle nostre città, a Roma come a Parigi e altrove -. Salvo poi tirarne fuori di colpo la consapevolezza, con tutto il suo corredo di ansia e di paura.

Ad ogni attacco, reagiamo come se fossimo presi di sorpresa, come se non ce l’aspettassimo. In realtà, sappiamo sempre che può succedere, ma – man mano che la memoria dell’ultima strage s’appanna –  cominciamo a sperare prima e a illuderci poi che non succeda più, che sia stata l’ultima volta, che le teste dell’Idra del terrore siano state mozzate tutte e cento.

Eppure, i presupposti per una recrudescenza del terrorismo c’erano tutti: in Medio Oriente, la situazione ad Aleppo e l’andamento del conflitto in Siria e in Iraq – quando il sedicente Stato islamico arretra sul terreno, cerca spesso di colpire altrove -; in Europa, la prossimità del Natale, che da una parte abbassa, istintivamente, i nostri livelli di guardia individuali e, dall’altra, può esacerbare sentimenti anti-cristiani; e tutto ciò senza addentrarci nel ginepraio turco, dove i possibili moventi e i potenziali sospetti sono sempre più d’uno, gli integralisti, i curdi, l’opposizione militare e laica al regime islamista che rinnega la tradizione d’Ataturk.

Non c’è difesa da una minaccia che può colpire ovunque e chiunque, senza preavviso e con gesti anche individuali. La linea del terrore va ora da Ankara a Berlino. Ma la domenica era stata rosso sangue ad Aden nello Yemen e al castello di Karak, in Giordania, un residuo delle Crociate. L’Idra è sempre viva. Ed i tweet del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, che sono denunce all’Islam senza distinguo, minacciano, in prospettiva, di nutrirla di nuovo odio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+