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Questa volta, gli elettori americani hanno proprio perso il loro senso dell’equilibrio paradigmatico: Donald Trump e i repubblicani si trovano nelle mani tutto il potere, la Casa Bianca, il Congresso – , Camera e Senato, una netta maggioranza di governatori e di parlamenti statali; e possono imprimere alla Corte Suprema un orientamento decisamente conservatore – un giudice va nominato al più presto, per riempire il vuoto lasciato dalla morte di Antonin Scalia; e un altro posto sta per rendersi disponibile -. L’unico frangiflutti alla marea repubblicana è quello rappresentato da Yanet Yellen, che guida la Federal Reserve dal febbraio 2014 e che non può essere rimossa fino a fine mandato: nominata da Barack Obama, rispettata da tutti, la Yellen non è però una democratica d’ordinanza, ma piuttosto una tecnica.

La stampa americana risale indietro nel tempo, anche di un secolo, chiedendosi se e quando, vi sia mai stato un tale allineamento partitico dei tre poteri, l’esecutivo, il legislativo, il giuridico. Va, però, detto che i confronti sono difficili ed aleatori: il numero degli Stati varia, le modalità elettive del Senato pure. Nel recente passato, è accaduto a tutti e tre gli ultimi presidenti di avere dalla loro, almeno per un biennio, tutto il Congresso.

Il partito repubblicano, che pareva a pezzi, condannato alla minoranza dall’evoluzione demografica e diviso al proprio interno fra moderati, Tea Party, evangelici si ritrova padrone di tutto: con Trump, che doveva esserne l’esecutore testamentario, è risorto e ha fatto bingo, raccogliendo consensi che non aveva mai avuto (e che forse non avrà mai più).

Il partito democratico, che pareva destinato a tenere la presidenza e a riprendersi almeno il Senato, si ritrova con zero potere e senza squadra dirigente, perché nessuno dei suoi leader sarà spendibile nel 2020: Hillary Clinton è bruciata, dopo i flop 2008 e 2016; John Kerry è bruciato dal 2004; Bernie Sanders sarà troppo vecchio, come Joe Biden. E, se il mantra è il cambiamento, bisogna trovare qualcuno che lo rappresenti: Elizabeth Warren ha il volto giusto, ma l’età è un handicap – avrà 71 anni, uno in più di Trump oggi -.

Il New Yorker s’interroga su come il partito democratico possa uscire da questo incubo. La riscossa non potrà venire, se verrà, prima delle elezioni di midterm del 2018, quando le carte del Congresso potrebbero rimescolarsi. Ma, intanto, i repubblicani intendono sfruttare le carte che hanno in mano per fare subito quanto i loro elettori giudicano prioritario: la revoca, almeno parziale, della riforma sanitaria varata da Obama; l’attuazione di qualche promessa sul fronte migranti, l’erezione del muro e l’espulsione d irregolari; e, per compiacere i fondamentalisti, la restituzione agli Stati del potere di decisione sull’aborto, riportando indietro gli Stati Uniti di oltre quarant’anni – questo è compito della Corte Suprema, che deve cancellare una sentenza del 1973 -.

Trump è uscito confortato dal colloquio telefonico di lunedì con Vladimir Putin: rispetto reciproco e reciproca non ingerenza negli affari interni sarebbero i punti fermi del nuovo rapporto Usa-Russia. Ma il presidente eletto non va avanti spedito nella definizione della squadra di governo: ha problemi di famiglia – il genero Jared Kushner, marito di Ivanka, un editore ebreo, esita ad accettare un ruolo alla Casa Bianca – e ha problemi a fare accettare al partito alcuni suoi uomini.

Con il rischio di cadere dalla padella nella brace. Nell’ottica della stabilità mondiale, l’attenzione si concentra sui segretari di Stato e alla Difesa. Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, un uomo tutto ‘Law & Order’, pareva destinato alla Giustizia, ma potrebbe fare il segretario di Stato, anche se i media gli agitano contro storie di conflitti d’interesse. Il partito, però, gli preferisce un falco dell’epoca di George W. Bush, John Bolton, capace di avere pessimi rapporti con tutti i suoi interlocutori e collaboratori. Comunque vada, molti ministri degli Esteri rimpiangeranno John Kerry, un gentiluomo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+