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Donald Trump riceve a casa sua Nigel Farage e tiene fuori dalla porta Michael Moore, mentre almeno 15mila persone gli sfilano protestando sotto la Trump Tower sulla 5a Strada a New York, ormai militarizzata per evitare incidenti e incursioni. L’artefice della Brexit è l’unico politico straniero finora ammesso alla presenza del presidente eletto degli Stati Uniti, che non ha dato eco alle lettere dei leader dell’Unione europea e del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. L’ex premier norvegese lo avverte che neppure l’America, malgrado la sua cospicua potenza, può affrontare da sola, senza gli alleati europei, le sfide della sicurezza.

In un clima di tensione, che le dichiarazioni altalenanti di Trump non contribuiscono ad attenuare, nonostante parte della stampa si sforzi di trovarvi del buono, il presidente Barack Obama s’appresta a iniziare, domani, la sua ultima missione europea, ad Atene, dove il premier Tsipras se ne aspetta un incoraggiamento, e a Berlino, dove incontrerà il ‘club delle anatre zoppe’, leader come lui tutti o a fine mandato o indeboliti da scadenze elettorali. Gli europei lo faranno certo partecipi dei timori d’un neo-isolazionismo americano e dell’imprevedibilità del suo successore: ieri sera, a Bruxelles, c’è stato, su questo, un consulto fra i ministri degli Esteri dei 28.

Trump, che nelle dichiarazioni si direbbe alterni zuccherini e olio di ricino, conferma la linea dura sull’emigrazione della sua campagna: via subito due/tre milioni di immigrati clandestini sugli 11 milioni stimati, e su il muro al confine con il Messico (che, in certi tratti, sarà una recinzione, ma poco cambia).

Il fine settimana non ha attenuato, ma ha anzi ampliato le proteste anti-Trump, che vanno ormai avanti da quattro notti e quattro giorni. New York e Los Angeles registrano le manifestazioni più numerose, Portland in Oregon quelle più virulente. Cortei e sit-in sono, in genere, pacifici, ma ci sono stati centinaia di arresti, specie quando i manifestanti non rispettavano gli spazi loro riservati – è accaduto soprattutto a Los Angeles, al MacArthur Park -.

Il tema della protesta è ovunque ‘Not my President’, ma a Chicago, la città degli Obama e di Hillary Rodham Clinton, il messaggio è stato più articolato: “No all’odio. No alla paura. Benvenuti migranti”. A New York, la marcia è partita da Union Square ed ha risalito Manhattan verso nord, verso la Trump Tower, davanti alla quale sono stati collocati blocchi di cemento anti-autobombe, mezzo blindati leggeri e transenne.

La manifestazioni proseguiranno nei prossimi giorni: una, la ‘marcia di un milione di donne’, si farà a Washington il giorno dell’insediamento di Trump, il 20 gennaio. Ma c’è pure chi vuole esprimere il proprio sostegno al presidente eletto: il Ku Klux Klan lo vuole fare a Charlotte, North Carolina.

Il regista Michael Moore, che aveva predetto l’elezione di Trump, pur avendo cercato di sventarla con il docu-film ‘TrumpLand’, s’è addentrato nel grattacielo dove il magnate e la sua famiglia vivono, ma non è riuscito ad accedere ai tre ultimi piani, quelli occupati dai Trump: ha documentato tutto con un videofonino e ha lasciato un messaggio per il presidente eletto.

Il leader euro-scettico Farage non ha invece avuto nessun problema a essere ricevuto da Trump: gli è stato mentore prima dei dibattiti televisivi e ne condivide la linea sull’immigrazione; e adesso lo convince a rimettere nello Studio Ovale il busto di Winston Churchill che George W. Bush aveva e che Obama ha tolto.

Dopo 72 ore di silenzio, è tornata a farsi sentire la candidata democratica sconfitta. Hillary Clinton, in una conference call con i suoi donatori, di cui riferiscono media Usa, attribuisce la responsabilità della disfatta al direttore dell’Fbi James Comey, l’uomo che annunciò la riapertura dell’inchiesta sulle sue mail il 28 ottobre e la richiuse il 5 novembre. Entrambe le mosse ebbero effetto negativo per la Clinton, che, a fine ottobre, aveva il vento dei sondaggi in poppa, mentre Trump annaspava.

“La nostra analisi – ha detto l’ex first lady ai suoi finanziatori – è che Comey prima, seminando dubbi senza fondamento, fermò il nostro slancio e poi fece ancora più danni, rafforzando l’idea, sostenuta da Trump, che il sistema sia truccato”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+