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Spari nella notte a Portland. E, per la prima volta, scorre il sangue, nelle manifestazioni di protesta per l’elezione di Donald Trump a 45° presidente degli Stati Uniti, che il week-end non arresta. Anzi, 10 mila persone si danno appuntamento a Manhattan per quello che dovrebbe essere il corteo più imponente finora svoltosi: “Fermiamo Trump e la sua agenda razzista”, è il tema che, postato online, ha raccolto una vaanga di adesioni. Dalle due coste e dai Grandi Laghi, le manifestazioni si sono ormai estese a Cleveland, Memphis e altre città anche dell’America repubblicana.

“Tutte le oppressioni creano uno stato di guerra”, recitava uno striscione a Miami, in Florida, mentre ad Atlanta, in Georgia, i manifestanti si sono radunati davanti alla casa nacque Martin Luther King, il martire della lotta non violenta per i diritti civili. Sui social media è virale il video degli studenti d’una scuola media del Michigan che scandiscono a mo’ di sfida “Costruisci il muro”.

Tre giorni e ormai quattro notti di protesta, centinaia di arresti, contusi fra i dimostranti e le forze dell’ordine. La parola d’ordine è ‘Not my President’, ma l’obiettivo resta vago. Lui, Trump, dopo avere inizialmente antagonizzato i manifestanti, essenzialmente giovani, sembra volere lasciare sbollire la rabbia. E, intanto, nelle interviste, alterna il bastone e la carota, fa il buonista e l’amicone: tattiche da imprenditore che negozia, più che da politico che media; ma, alla fine, non c’è molta differenza.

L’unico incidente grave a Portland, in Oregon: l’uomo raggiunto da una pallottola non è in pericolo di vita, lo sparatore è in fuga. Secondo la polizia, c’è stato un alterco tra i partecipanti alla marcia anti-Trump e un automobilista sul Morrison Bridge: l’autista, un afroamericano sui vent’anni, felpa con cappuccio scuro e jeans, ha urlato qualcosa, poi è sceso e ha sparato vari colpi d’arma da fuoco.

La situazione in città – un agglomerato di quasi due milioni e mezzo d’abitanti – era tesa. La polizia aveva già sparato gas lacrimogeni e granate stordenti, cercando di disperdere i manifestanti, che avevano letteralmente invaso le strade, mandando in tilt il traffico, lanciando oggetti incendiari, spruzzando graffiti sui muri e compiendo atti di vandalismo.

A New York, per prevenire incidenti, la polizia ha eretto barricate mobili e piazzato camioncini anti-bomba pieni di sabbia davanti alla Trump Tower, il quartier generale e la residenza del neo-presidente, sulla V Strada. Michael Moore, il regista ‘liberal’ che ne aveva previsto l’elezione, profetizza ora che non finirà il mandato. Bernie Sanders condivide “la rabbia” delle piazze.

In dichiarazioni televisive e al Wall Street Journal, oltre che nel contratto con gli elettori per i suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, Trump dà una virata sull’Obamacare, la riforma sanitaria fatta dal presidente Barack Obama e che pareva destinata a essere smantellata: resterà l’obbligo d’assicurare anche persone con condizioni mediche preesistenti e la possibilità per i figli d’usufruire della copertura dei genitori fino a 26 anni. “Ho seguito il consiglio” di Obama , dice Trump; e non esclude di chiedere pure quello di Bill Clinton, che “ha talento”.

Trump dice pure che l’inchiesta per mandare in prigione Hillary Clinton, minacciata in campagna, non è una priorità, mentre lo è la sicurezza dei confini (e lo stop agli accordi di Parigi sul clima). Fronte Siria, la priorità è combattere il sedicente Stato islamico e non cacciare al-Assad: cosa che conferma la sintonia con Vladimir Putin, da cui – rivela – ha ricevuto “una bellissima lettera”.

Obama ricambia l’ammorbidimento di Trump abbandonando i tentativi di varo del Tpp, controverso patto commerciale trans-Pacifico. Ma ci sono democratici che vogliono resistere. Bill DeBlasio, sindaco di New York, fa sapere che, se il presidente eletto vorrà espellere i clandestini, come annunciato in campagna, non avrà la sua collaborazione: lui non gli consegnerà liste di irregolari.

E’ intanto trapelato che la rimozione del governatore del New Jersey Chris Christie dalla direzione del ‘transition team’, affidata al vice-presidente Mike Pence e imbottito di lobbisti, sarebbe forse dovuta a una faida interna al cerchio magico di Trump: Christie, nel 2005, da procuratore federale, mandò in carcere per due anni il padre del genero del magnate Jared Kushner. Charles Kushner, imprenditore edile e figura di spicco della comunità ebraica del New Jersey, si riconobbe colpevole di frode fiscale, finanziamenti elettorali illeciti e pressioni sui testimoni.

Trump deve ora definire la composizione della sua Amministrazione: prima dell’insediamento, dovranno essere identificati almeno i ministri, almeno i principali. Quanto ai restanti incarichi pubblici da assegnare, circa 4.000, l’iter partirà dopo, anche perché alcuni richiedono il disco verde del Senato, oltre che dell’intelligence.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+