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Al Vertice di Berlino del 18 novembre, il Vertice delle anatre zoppe, fra leader tutti elettoralmente malconci o attesi a breve scadenza da appuntamenti cruciali, il presidente Usa Barack Obama arriverà già impallinato dal fuoco amico del suo successore Donald Trump. Con un gesto d’arroganza politica e di scortesia istituzionale senza molti precedenti, il team del presidente eletto ammonisce quello in carica a non fare passi rilevanti in politica estera durante la transizione, che durerà 70 giorni, perché c’è il rischio di “mandare segnali contrastanti”.

Il monito, un altolà in piena regola, arriva da un consigliere di Trump per la sicurezza nazionale che parla a Politico chiedendo di non essere citato – si ipotizza che sia il generale Michael T. Flynn, ex direttore della Dia, la Defense Intelligence Agency, cui in queste ore si prestano svariati incarichi nella nuova Amministrazione, tutti nell’ambito della difesa e della sicurezza.

“Sulle grandi questioni su cui il presidente Obama e il presidente eletto Trump non sono allineati, non penso – dice la fonte a Politico – che sia nello spirito della transizione tentare di fare passare punti dell’agenda” conflittuali: “Sarebbe controproducente e manderebbe segnali contrastanti”.

Pence, e non Christie, a capo della transizione – L’avvertimento giunge mentre, a Washington e sui media, impazza il toto-nomine. Uno scossone arriva a metà giornata: Trump affida la guida del ‘transition team’ al suo vice Mike Pence, revocandola al governatore del New Jersey Chris Christie.

Secondo indicazioni raccolte dal New York Times, Trump vuole sfruttare esperienza e conoscenze di Pence a Washington – è stato per cinque mandati deputato al Congresso – per accelerare i tempi di formazione della nuova Amministrazione. Il vice-presidente eletto sarà assistito dal governatore Christie, che resta quindi nel giro, dal generale Flynn e da Rudolph Giuliani. Dentro pure tre figli del magnate: Donald jr, Eric e Ivanka.

Il viaggio di congedo di Obama – Il viaggio di congedo di Obama in Europa partirà dalla Grecia e proseguirà, il 17 e 18, in Germania, dove incontrerà fra gli altri Angela Merkel, cancelliera in crisi sul fronte interno, Francois Hollande, che già pensa alle presidenziali in primavera, Theresa May, che non sa come uscire dalle peste della Brexit, Mariano Rajoy, che ha appena uscito dallo stallo, ma che guida un governo di minoranza, e Matteo Renzi, atteso fra tre settimane dal referendum.

Per Obama, sarà l’occasione di un ‘arrivederci a presto’, magari sulla panchina ai giardinetti. Prima che Trump vincesse le elezioni, s’ipotizzava che Obama tranquillizzasse gli alleati della continuità delle relazioni con Ue e Nato – nel caso che fosse stata eletta Hillary Clinton – e cercasse, magari, di disincagliare le trattative verso la partnership commerciale transatlantica (Ttip).

Altro obiettivo del viaggio, che si concluderà in Perù, poteva essere di premere sul Congresso perché avalli l’accordo commerciale trans-pacifico (Tpp). Tutti passi oggi non più immaginabili: l’elezione di Trump significa discontinuità, non continuità; e il Tpp è a rischio rinegoziato.

L’altolà va, però, contro le consuetudini del semestre bianco delle Istituzioni americane: una ‘terra di nessuno’ rispettata da entrambe le parti e non occupata militarmente né dall’una né dall’altra. Non che tutto fili semre liscio come tra gentleman: nel 2001, i clintoniani lasciarono ai bushiani uffici spettrali, cassetti sventrati e computer non funzionanti con gli hard disk cancellati. Ma allora c’era stata di mezzo, ad esacerbare gli animi, la conta e riconta dei voti in Florida.

Trump, invece, ha solo fretta di spazzare via l’era Obama. Il presidente ripropone l’appello all’unità: “Adesso che le elezioni sono finite, cerchiamo di unirci”, dice al cimitero di Arlington, commemorando i caduti in guerra. “I nostri principi sono più duraturi delle nostre posizioni politiche”: oggi, è più un auspicio che una constatazione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+