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L’America anti-Trump s’è messa in marcia e non si ferma più: centinaia di migliaia di manifestanti in decine di città e università, centinaia di arresti, un fiume in piena di giovani, donne, neri, ispanici che rilanciano lo slogan ‘Not My President’: sono reduci di Occupy Wall Street e militanti di Black lives matter, sono i Millennials, la cui neghittosità nel giorno del voto è stata determinante, a favore del magnate. Ora vogliono smacchiarsi la coscienza. Ma è tardi.

Gli arresti, in genere provocati da blocchi stradali, sono stati più numerosi sulla West Coast: solo la scorsa notte, 185 a Los Angeles, in California, una trentina a Portland, in Oregon, dove ci sono pure stati atti vandalici. Cortei, sit-in, manifestazioni, cominciate la sera di mercoledì, sono proseguite per tutta la giornata e la notte di giovedì e pure ieri, che era giorno festivo, il Veteran Day, la fine della prima Guerra Mondiale.

Il presidente eletto non gradisce: “Ho appena vinto un’elezione presidenziale aperta e di successo – commenta acre su twitter la notte tra giovedì e venerdì -. Adesso contestatori di professione incitati dai media, protestano. Molto ingiusto!”. Segno che ha ripreso il controllo del suo account, che gli sarebbe stato sottratto dal suo team nelle ultime battute della campagna elettorale.

Poi, qualcuno gli rammenta quel che dice la Costituzione sulla libertà di espressione. Così, Trump cambia registro, ma non social media: “Ci uniremo tutti e ne saremo orgogliosi. Mi piace che piccoli gruppi di manifestanti mostrino la loro passione per il nostro grande Paese”. Lo showman, dunque, si propone in versione edulcorata, che sa di posticcio.

La mappa delle proteste parte dal New England – New York – e va ai Grandi Laghi – Chicago – e alla Bay Area di San Francisco; da Washington e va a Detroit e a Los Angeles. Coinvolge invece meno il Sud, le Grandi Pianure, le Montagne Rocciose, l’America più conservatrice ed evangelica, che Trump presidente l’ha voluto o se n’è fatta subito una ragione.

In chi manifesta, e in chi ne condivide la protesta, c’è il timore che Trump possa tradurre in pratica la deriva xenofoba, razzista e sessista sventolata durante la campagna elettorale. Si teme anche che prendano ulteriore vigore i gruppi suprematisti bianchi: se il Ku Klux Klan, esagerando, rivendica un ruolo decisivo nell’elezione del magnate, sui muri delle città compaiono scritte inquietanti, ma non sorprendenti: “Rendiamo l’America bianca grande di nuovo”, versione razzista dello slogan presidenziale.

Se i Millennials martedì scorso avessero votato numerosi come nel 2008 e nel 2012, oggi Hillary sarebbe il presidente eletto e loro non sarebbero in strada. Invece, la loro pigrizia ha messo le sorti delle elezioni nelle mani dei baby-boomers ormai pensionati, consegnando la vittoria a Trump.

La protesta è fine a se stessa?, o può cambiare le cose? Teoricamente, una speranza c’è: è affidata all’ ‘elettore infedele’, cioè al Grande Elettore che tradisce il proprio mandato e ribalta il verdetto delle urne. Il sistema americano lo prevede e lo sanziona pure: 24 Stati obbligano i Grandi Elettori ad attenersi al mandato, pena il pagamento di una multa fino a mille dollari.

E’ difficile che accada, ma non è impossibile: attivisti democratici, sul web, provano a fare valere che il voto popolare è stato appannaggio della Clinton con un vantaggio su Trump di oltre 200mila preferenze, mentre il magnate ha ottenuto nove Grandi Elettori oltre la soglia fatidica di 270.

Sulla piattaforma change.org, è stata lanciata una petizione che ha già superato due milioni di firme: “Hillary ha vinto il voto popolare. Trump ha ‘vinto’ grazie al Collegio Elettorale che, però, può dare la Casa Bianca a qualunque candidato. Quindi, perché non usare la più antidemocratica delle nostre istituzioni per assicurare un risultato democratico?”.

L’eventualità non si è mai verificata nella storia Usa. Anzi, dal 1968 i casi di elettori infedeli sono stati solo sei, di cui uno per errore, e non hanno avuto alcuna influenza sul risultato finale. E, poi, non è affatto detto che gli infedeli voterebbero per la Clinton, e non per un altro repubblicano. Se nessun candidato raggiungesse quota 270, la decisione toccherebbe alla Camera, dove i repubblicani sono maggioranza.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+