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C’è già chi chiede indietro i soldi del biglietto: lo show dell’istrione non piace più e gli spettatori cominciano ad andarsene, prima ancora che cali il sipario. Alcuni donatori di Donald Trump vogliono farsi restituire decine di migliaia di dollari versati. Il candidato repubblicano s’ingegna: per allontanare l’attenzione della gente dalle battute sessiste del video scandalo di sabato scorso, accetta l’aiuto degli hacker amici di Vladimir Putin e di Julian Assange e nemici della sua rivale Hillary Clinton e se ne inventa una nuova tutti i giorni.

Di comizio in comizio, dalla Florida alla Pennsylvania, avverte che le elezioni potrebbero essere truccate, sprona a vigilare che non gli rubino la vittoria ed evoca il caso della Brexit – dove, però, non risultano brogli -. Arruffone, invita i suoi sostenitori ad andarlo a votare nel giorno sbagliato: “Uscire di casa il 28 novembre, andate ai seggi”, dice a Palm Beach, suscitando più ilarità che sconcerto – il voto è l’8 novembre -.

Sempre in Florida, ma a Panama City, Trump plaude a Wikileaks, l’organizzazione di Assange che continua a sfornare email hackerate dello staff di Hillary (già almeno 50mila quelle del presidente della campagna John Podesta). I documenti rivelano al più beghe fra i famigli dell’ex first lady, ma il magnate bolla la rivale nella corsa alla Casa Bianca come “strumento di un establishment corrotto che pervade il Paese e mina la sovranità della Nazione”.

Nelle richieste di rimborso, i donatori di Trump pentiti testimoniano delusione e frustrazione: “Mi spiace d’avere partecipato ad eventi in suo sostegno e soprattutto d’averci portato mio figlio”, dice uno, quasi fossero spettacoli per adulti. E un altro spiega di avere “tre figli piccoli” e di non potere proprio sostenere “un volgare sessista”. La campagna di Trump dice di non saperne nulla, ma il sito della Nbc è circostanziato in merito.

Il fundraiser che svela le richieste di rimborso, rimasto anonimo, è anch’egli un pentito: dopo avere raccolto quasi un milione di dollari, con eventi in Florida, Ohio e California, vuole ora sospendere l’attività per il candidato repubblicano: “Lascio, sono deluso, sono veramente imbarazzato, gli ho stretto la mano la scorsa settimana e ora voglio lavarmi le mani”.

Dal carro di Tespi dello showman, dunque, non scendono solo i vip della politica. Per USAToday, oltre un quarto dei governatori (31), senatori (54) e deputati (246) repubblicani si sono schierati contro il candidato del partito: 87 su 331, una fronda senza precedenti negli Usa in un grande partito in un’elezione presidenziale. Nel 2012, i repubblicani dissidenti da Mitt Romney furono solo tre.

Buona parte dell’ultima Amministrazione repubblicana, quella di George W. Bush, sta con Hillary: in una lettera aperta, 13 ex ministri o loro vice, fra cui gli ex responsabili dei trasporti Mary Peters e dell’ambiente Christine Todd Whitman, dicono che Trump non incarna i valori di civiltà e d’onestà che dovrebbero ispirare ogni governo. Il gruppo fa un passo in più della famiglia Bush e degli ex segretari di Stato Colin Powell e Condy Rice, dissociatisi da Trump senza però cambiare di campo.

Alla frustrazione dei repubblicani contribuiscono i sondaggi: in alcuni degli Stati in bilico, come Pennsylvania e Ohio, Hillary vola a +9; mentre Stati già assegnati ai repubblicani, come Indiana e Utah, tornano in ballo. I democratici possono riconquistare la maggioranza al Senato e Nancy Pelosi punta a riprendersi la Camera.

Se si votasse oggi, la Clinton vincerebbe nettamente: un calcolo del Washington Post le attribuisce 341 Grandi Elettori, ne dà a Trump 197. Il sito fivethirtyeight.com dà l’83,5% di chances di vittoria a Hillary, solo il 16.5% a Donald. (gp)

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+