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Cercate di ricordare il nome di qualche repubblicano degli Stati Uniti. Quasi certamente, è contro Donald Trump. Difficile trovarne uno a favore nell’establishment del partito, fra chi ha già avuto responsabilità di governo a livello nazionale, fra i conservatori moderati, tutti preoccupati, se non spaventati, dalla candidatura alla Casa Bianca del magnate e showman.

Molti si sono schierati fin dalle prima battute contro la sua nomination, moltissimi sono sbottati dopo le battute sessiste. E, ora, Hillary Clinton lancia loro un’esca: “Sono l’’ultima cosa che si frappone fra voi e l’Apocalisse”, dice in un’intervista al New York Times.

Il che ha però contribuito in qualche modo alla fortuna popolare (e mediatica) di Trump, che si presenta come il campione del nuovo contro il vecchio, utilizzando l’arma del populismo e sfruttando l’ostilità alla politica, e soprattutto ai politici, di larghi settori dell’opinione pubblica.

Cominciamo dagli ex presidenti. I due repubblicani, Bush padre e figlio, gliel’anno giurata (e pure le loro first ladies): non sono andati alla convention repubblicana e non lo voteranno. Un po’ per scelta politica e un po’ per solidarietà familiare, visto che Trump, nelle primarie, ha fatto fuori, dopo averlo irriso in tutti i dibattiti, Jeb, l’ex governatore della Florida, che doveva giocare la rivincita 2016 del match 1992 Bush – Clinton.

E Ronald Reagan? Uno potrebbe pensare che l’attore prestato alla politica avrebbe apprezzato quest’istrione. Non ditelo al figlio, Michael, che diffida Trump dallo spendere il nome del padre e assicura che sua madre, Nancy, da poco scomparsa, avrebbe votato per Hillary. Brent Scowcroft, che fu consigliere per la sicurezza nazionale di Gerald Ford, è contro Trump, come – va detto – quasi tutta la nomenklatura della diplomazia statunitense: ambasciatori in servizio e a riposo hanno scritto una lettera aperta con centinaia di firme in calce.

I segretari di Stato di Bush Colin Powell (“è una disgrazia naturale”) e Condoleezza Rice sono contro Trump. E il guru per definizione della politica estera degli Stati Uniti, Henry Kissinger, l’uomo dietro Nixon, ha sempre respinto le lusinghe del magnate per averlo con sé.

Mitt Romney, candidato alla presidenza nel 2012, guida la fronda a Trump nel partito da sempre. John McCain, candidato alla presidenza nel 2008, senatore dell’Arizona, è sempre stato freddo, ma ora s’è schierato contro. Sul Campidoglio di Washington, sono decine i ‘congressman’ che chiedono a Trump di ritirarsi dalla corsa: almeno 16 i senatori, quasi uno su tre: con McCain, ci sono Lindsey Graham, uno degli aspiranti alla nomination sconfitti dal magnate, Kelly Ayotte, Mark Kirk e altri.

Il capogruppo al senato Mitch McConnell mantiene l’endorsement, ma prende le distanze. Come Ted Cruz e Marco Rubio, avversari di Trump nelle primarie. Lo speaker della Camera Paul Ryan, che non l’ha mai digerito, non lo ‘scarica’, ma non fa campagna per lui. Il capo del partito, figura che qui conta poco, Reince Preibus, si tura il naso e tira avanti.

Contro Trump, anche il governatore dell’Ohio John Kasich, un altro in lizza per la nomination, come Carly Fiorina, donna con le donne, l’ex numero uno della Cia e della Nsa Michael Hayden, l’ex responsabile della sicurezza nazionale Tom Ridge, l’ex segretario al Tesoro Henry Paulson e l’ex super-diplomatico John Negroponte. E l’elenco s’allunga di ora in ora.

E Rudolph Giuliani? Ecco un repubblicano che conoscete e che sta con Trump, ne è l’anima ‘Law & Order’. Ma la figlia Caroline Rose è una fan di Hillary sfegatata.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+