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Non voglio mettere in allarme nessuno, ché tanto già lo sono tutti. Ma i referendum – è ormai chiaro – sono fatti per andare contro: sì o no, purché sia l’opposto di quello che il potere chiede o si aspetta. Esaltazione della democrazia diretta, i referendum sono divenuti, in questo scorcio di XXI Secolo, i principali strumenti che i cittadini utilizzano per ribellarsi ai governi e alla politica, per respingere quanto viene loro proposto. Anche quando sarebbero sostanzialmente d’accordo, come nel caso dell’Ungheria. Anche quando l’esito della consultazione appare scontato, a lume di ragione, come nel caso della Colombia (chi non vuole che finalmente finisca una guerra intestina di mezzo secolo?). E anche quando del quesito non importa nulla o quasi. No e via.

Ci sono naturalmente eccezioni, ma venendo per lo più dalla Svizzera, terra più d’ordine che di fantasia, possono persino suonare conferma dell’asserto generale. Il rovello – non certo originale – del rischio insito nei referendum e dell’impulso a utilizzarli non come strumento di decisione, ma di ribellione, mi inquietava da tempo, almeno da quando i francesi e poi gli olandesi bocciarono, nel 2005, la Costituzione europea.

Ma i risultati coincidenti di Ungheria e Colombia mi paiono conferma inappellabile: in entrambi i casi, i governi escono sconfitti, nonostante i quesiti da loro posti andassero, apparentemente, nel senso degli auspici – assolutamente non condivisibili, nel caso magiaro – dei cittadini.

I popoli votano contro quanto viene loro proposto e contro chi lo propone, salvo poi ricredersi nelle prove d’appello. In Francia come in Olanda, in Irlanda come in Danimarca, in Scozia come in Gran Bretagna – qui, nonostante la doppia capriola del premier Cameron, che prima promette il referendum sull’uscita dall’Ue e poi chiede di votare per restare e, in tal modo, forse cerca di confondere le acque, di non fare capire se si vota contro più col sì o col no -.

Nella nostra storia, italiana, europea, occidentale, i referendum sono stati momenti di svolta e d’assunzione di responsabilità: la Repubblica, il divorzio, il finanziamento pubblico ai partiti, e non solo. Che cosa li ha ora trasformati in momenti di sfogo, come un commento livoroso in calce a un post pacato? Forse, la tendenza della politica a dimenticarne il risultato, quando era comodo farlo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+