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E uno di quei momenti, non rarissimi, che l’America sembra ‘sbroccare’ e la mappa dell’Unione si riempie di bandierine vermiglie: gli attacchi d’un terrorismo integralista fatto-in-casa e fai-da-te tra New York e il New Jersey e nel Minnesota; i neri uccisi da poliziotti bianchi in Oklahoma e North Carolina; i neri che manifestano contro i poliziotti a Charlotte, ad Atlanta e un po’ ovunque; e, infine, la classica sparatoria del tizio che dà fuori e fa una strage al Mall, nello Stato di Washington.

La pubblicazione del video dell’uccisione, martedì, a Charlotte, di Keith Scott, acuisce la rabbia della comunità nera e la costernazione di tutta una Nazione. Ormai, il primo pensiero d’una donna di colore, quando il suo uomo viene fermato dalla polizia, è di filmare la scena con il videofonino, nella speranza che ciò abbia un effetto dissuasivo. A Charlotte, come già nel Minnesota a luglio, non ha funzionato: il poliziotto ha sparato lo stesso, l’uomo è morto, il video resta come denuncia.

In giorni come questi, viene da chiedersi che cosa abbia fatto per gli afro-americani Barack Obama in otto anni alla Casa Bianca, a parte l’esserci arrivato, che resterà, comunque, un risultato storico (celebrato nel museo della storia afro-americana, inaugurato proprio ieri a Washington).

Certo, alcuni dei risultati conseguiti dall’Amministrazione democratica, in primo luogo la riforma della sanità, vanno soprattutto a beneficio dei neri, che sono mediamente più poveri e hanno meno possibilità di farsi un’assicurazione in proprio. E le campagne di Michelle, la first lady, a favore dell’igiene alimentare e della forma fisica, pur valide per tutta la popolazione, avevano nei neri, mediamente più obesi e meno attenti a che cosa mangiano, un obiettivo prioritario.

Invece, la crociata contro le armi, o almeno per ridurre il numero di quelle in circolazione, riguarda i neri più come possessori di pistole – ne hanno troppe anche loro – che come vittime: la polizia sarebbe sempre e comunque armata negli Stati Uniti. E, in ogni caso, la crociata non è andata lontano, anzi non è neppure partita.

Se i neri d’America, dopo che uno di loro era divenuto presidente, si aspettavano di non essere più trattati da neri, non è stato così. Al cinema, forse. Nella realtà, no. Anzi, negli ultimi quattro anni sono stati senz’altro più ‘ammazzati da neri’ da poliziotti in genere bianchi di quanto non avvenisse prima. In parte, dicono le statistiche, è un fenomeno più mediatico che reale, come i femminicidi e le violenze sulle donne da noi: ci sono sempre stati, ma a un certo punto cominciano a fare notizia, mentre prima facevano meno rumore e restavano nascosti nelle pieghe delle cronache.

Fin da subito, Obama ha cercato di non essere un nero presidente, ma di essere un presidente nero: forse, più nero che presidente, lo è stato una sola volta, quando si commosse per Trayvon Martin, ragazzo di 17 anni ucciso in Florida da un vigilante ispanico nel febbraio 2012: “Poteva essere mio figlio”, disse. Pianse anche per i bimbi della scuola di Newtown uccisi da un ventenne malato, e ugualmente iper-armato, ma quello non fu un pianto etnico.

Quando, nel suo secondo mandato, Obama ha esplorato nuove frontiere per i diritti civili, lo ha fatto con buoni risultati per gay e lesbiche. Ma il suo sforzo di essere ‘solo’ un presidente nero non ha evitato rigurgiti di razzismo crescente fra quei bianchi che dopo avere perso le certezze economiche con la crisi del 2008 sentono di non avere più il Paese in pugno – e provano a riprenderselo votando Donald Trump-.

La scorsa notte è stata la quarta insonne a Charlotte: è scattato il coprifuoco per evitare incidenti, dopo che era morto pure Justin Carr, ferito mercoledì durante le proteste da un colpo non esploso dalla polizia. La madre Vivian ha voluto che gli organi del figlio fossero donati: “Justin era una persona pacifica, diverse persone hanno ricevuto il suo cuore, i suoi polmoni, il suo fegato”. Trump e Hillary Clinton hanno rinviato le visite a Charlotte, per evitare di acuire le tensioni o, semplicemente, non aggravare il lavoro delle forze dell’ordine.

 

Intanto, nello Stato di Washington prosegue la caccia all’uomo, un ispanico, che venerdì sera ha ucciso cinque persone al Cascade Mall, un popolare centro commerciale, di Burlington, vicino a Seattle. Il fuggitivo avrebbe anche contattato gli agenti al telefono, minacciandoli. Ieri mattina, invece, diverse persone sono state aggredite e ferite a Pasadena, in California, da un uomo armato d’un coltello. I due episodi non appaiono di natura terroristica.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+