CONDIVIDI

Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz socialdemocratico e tedesco, uno che, quando faceva campagna elettorale, i diritti umani li metteva sempre al primo posto, sostiene che l’Ue, sull’immigrazione, dovrebbe fare con l’Egitto un accordo come con la Turchia ed ha la faccia tosta d’affermare che patti del genere sono “possibili” senza tradire i “nostri principi”.

Quando ci sono di mezzo le nostre paure, in realtà, deleghiamo altri a calpestare i nostri principi, che si chiamino Erdogan o al-Sisi non importa. E quando poi le paure s’intrecciano e si sommano agli interessi economici, non c’è argine che tenga. Lo sta a dimostrare, ma non ce n’era bisogno, l’intreccio delle vicende tra Italia, Egitto e Libia.

Il regime del generale al-Sisi, giunto al potere rovesciando il presidente legittimo Mohamed Morsi, ha rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. Per la palese reticenza a individuare e punire i colpevoli, l’Italia ha richiamato l’ambasciatore al Cairo e ha congelato o ridotto forme di cooperazione, senza però compromettere i maggiori interessi economici e commerciali, specie nel settore energetico.

Con il passare dei mesi – già otto ne sono trascorsi -, s’avvicina però l’inevitabile normalizzazione, il cui segnale finale sarà il ritorno al Cairo dell’ambasciatore italiano, nel frattempo avvicendato – Maurizio Massari è stato inviato presso l’Ue, al suo posto è stato designato Gian Paolo Cantini -.

Un percorso accelerato dal rapimento, nel sud della Libia, di due tecnici italiani, Danilo Calonego e Bruno Cacace, e di un loro collega canadese, la cui ditta lavorava lla manutenzione dell’aeroporto di Ghat. L’Italia deve ora cercare d’ottenerne al più presto la liberazione e, per riuscirsi, dialoga con il generale Haftar, l’uomo forte del governo libico legittimo, che ha sede a Tobruk, ma cui Roma, come tutto l’Occidente, antepone ormai il governo d’unità nazionale del premier al-Serraj.

Il generale Haftar pare saperla lunga sul rapimento dei tecnici, che sono stati presi per denaro, ma che potrebbero finire nelle mani sbagliate, essendo quella zona infestata anche da bande jihadiste. Lui è il più vicino all’Egitto, fra i personaggi libici.

Ed ecco avvilupparsi e complicarsi la dinamica delle nostre relazioni con quei Paesi. Le priorità? Liberare e riportare a casa sani e salvi i tecnici rapiti; e ottenere giustizia per Giulio Regeni; ma, anche, tenere buoni rapporti con tutti i protagonisti, perché di ciascuno, prima o poi, possiamo avere bisogno e perché così salvaguardiamo i nostri interessi. Siamo gente pratica, più che di principi.

In questa dinamica, sembra inserirsi la notizia, data dall’ambasciatore egiziano a Roma Amr Helmy e lanciata dall’agenzia egiziana Mena, di “un’intesa con l’Italia per 11 collegamenti aerei tra alcune città italiane e Sharm El-Sheikh”. Obiettivo egiziano: rilanciare il turismo nel Mar Rosso e nel Sud del Sinai, crollato dopo che un charter russo con 224 persone a bordo fu distrutto da un’esplosione poco dopo il decollo da Sharm nell’ottobre 2015 – un attentato, che l’Egitto non voleva ammettere -. Il primo volo decollerà da Milano il 1° ottobre; altre tratte sono previste da Napoli, Palermo e Pisa.

Il turismo è uno dei settori che più hanno sofferto per la minaccia terroristica amplificata in Egitto dalla repressione indiscriminata del regime al-Sisi. Ma gli interessi italiani sono più forti altrove: l’Eni gestisce Zhor, un enorme giacimento offshore, con riserve stimate a 850 miliardi di metri cubi di gas. E nel Paese operano circa 130 aziende italiane: Edison con investimenti per due miliardi, Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari, Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, imprese di servizi, impiantistica, trasporti e logistica e, per il turismo, Alpitour e Valtour.

L’Italia è stata battistrada nel dare credito politico al regime al-Sisi: il primo Paese Ue a riceverlo dopo la presa di potere; e Matteo Renzi è  stato il primo leader europeo a visitare l’Egitto di al-Sisi ed a tornarci.

In Libia, la presenza è meno articolata e, da cinque anni in qua, più frenata. Ma l’Eni è il capofila d’un tessuto imprenditoriale italiano comunque fitto.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+