CONDIVIDI

Ancora non si sa chi abbia esploso, l’altra notte, i colpi di arma da fuoco che hanno ridotto in fin di vita un uomo a Charlotte, durante le proteste per l’uccisione martedì sera d’un nero di 43 anni padre di sette figli. Ma una cosa è certa: quelle pallottole non venivano dall’arma di un poliziotto.

L’indicazione dovrebbe contribuire ad allentare la tensione nella cittadina, dove, negli incidenti che per la seconda notte consecutiva l’hanno sconvolta, ci sono stati nove feriti – solo uno grave – e 44 arresti. Il governatore della North Carolina Pat McCrory ha proclamato lo stato d’emergenza, ma il coprifuoco, che era stato ventilato, non è stato adottato.

Il sussulto di tensioni razziali ha di nuovo cambiato il fondale della campagna per la Casa Bianca tra Hillary Clinton e Donald Trump. Con un colpo di scena dei suoi, il candidato repubblicano indulge, ora, alla rabbia dei neri: è “molto turbato” da quanto accaduto a Tulsa, in Oklahoma, più che a Charlotte, e parla di una “crisi nazionale”, di cui sono ovviamente responsabili il presidente Obama e la candidata democratica.

Hillary non lo rincorre. Mentre Obama telefona ai sindaci di Tulsa e di Charlotte, testimonia loro cordoglio per le vittime e vicinanza alle famiglie, s’informa sulla situazione e su quanto può fare e invia la Guardia Nazionale, l’ex first lady reagisce con sdegno, ma senza accenti teatrali: “E’ insopportabile e deve diventare intollerabile… Quante altre volte dovremo vederlo accadere…”.

A giudicare dall’ultimo sondaggio Wall Street Journal / Nbc, l’opinione pubblica americana è meno volatile di quanto i media avevano immaginato, nonostante la polmonite di Hillary, l’insidia del terrorismo, le tensioni razziali, ed è meno sensibile ai richiami di Trump alla paura e alla forza. A quattro giorni da lunedì sera, quando i due candidati si troveranno per la prima volta faccia a faccia sul palco di un dibattito televisivo, Hillary è avanti di sei punti: 43 a 37%. Dietro, il libertario Gay Johnson al 9% – voti in linea di massima sottratti a Trump – e la verde Jill Stein al 3% – voti invece sottratti a Hillary -. In attesa di verifiche, la rimonta del magnate non pare esserci stata o, almeno, essersi concretizzata.

Per una delle distorsioni incomprensibili delle reazioni umane, la rabbia nera non scuote Tulsa, dove pure l’assassinio di Terence Crutcher intacca la scorza ‘law & order’ di Trump (che, dopo avere visto il video, si chiede che cosa sia saltato in mente agli agenti per agire così), ma segna Charlotte, dove il video dell’uccisione di Keith Scott Lamont non chiarisce se la vittima abbia davvero puntato una pistola contro i poliziotti, prima di essere abbattuto: le immagini non sono state rese pubbliche, ma i familiari potranno vederle.

La protesta s’allarga ad altre città: a New York, centinaia di persone sfilano sulla 5° Strada e Broadway. Un nero muore dopo una colluttazione con agenti a Baltimora.

Trump ne ricava l’immagine di un “Paese ferito” e prospetta una “agenda nazionale contro il crimine” per rendere l’America di nuovo sicura – una formula, non un piano -. Sul palco di Pittsburgh in Pennsylvania, il magnate lancia un appello all’unità e conia l’ennesima variante del suo slogan ‘Make America Great Again’: “Fare l’America di nuovo una”. Il tutto accusando Obama e i democratici: “Il nostro Paese ne esce male agli occhi del mondo mentre dovremmo esserne leader. Ma come possiamo guidare, se non riusciamo a controllare le nostre citta?”.

A Charlotte, la notte potrebbe rilanciare le violenze: per stemperarle, la polizia cerca l’uomo che ha sparato l’altra sera, innescando momenti di estrema tensione. I manifestanti volevano forzare il cordone di poliziotti in tenuta anti-sommossa per entrare nella lobby dell’hotel dove il ferito veniva soccorso. Gli agenti hanno lanciato lacrimogeni e granate stordenti; dalla folla, partivano pietre e bottiglie. Facinorosi hanno danneggiato automobili, infranto vetrine, devastato negozi, pure lo store degli Hornets, la squadra di basket di Charlotte che gioca nella Nba.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+