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Se Parigi valeva ben una messa, la Casa Bianca può valere ben una stretta di mano con un uomo scomodo e ambiguo come il generale egiziano al-Sisi, divenuto presidente dopo avere rovesciato con un colpo di stato il suo predecessore democraticamente eletto, Mohamed Morsi, ed oggi saldo al potere a forza di repressione delle opposizioni e di sequestri, torture e uccisioni – Giulio Regeni è una delle vittime del suo regime -.

Solo che un incontro con al-Sisi si potrebbe forse giustificare sull’agenda di Donald Trump: lui cerca di darsi una statura da statista che pochi partner internazionali sono disposti a riconoscergli prima che sia eletto presidente e ha un debole per gli uomini forti presenti – Putin – e passati – Saddam Hussein e Gheddafi -.

Che cosa serva, invece, l’incontro con al-Sisi alla Clinton, se non a crearle imbarazzi, non è chiaro. Verrebbe da pensar male, non fosse che l’Egitto non figura sulla lista dei Paesi che hanno fatto donazioni sospette alla Fondazione di famiglia della candidata democratica, né ora né in passato.

L’ex segretario di Stato non ha certo bisogno d’accreditarsi sul piano internazionale e stupisce, quindi, che sull’agenda dei suoi colloqui, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, abbia messo proprio il generale egiziano, accanto a un altro interlocutore che salta agli occhi, il presidente ucraino Poroshenko, oltre che al premier giapponese Shinzo Abe e ad altre personalità non conflittuali.

Che poi anche Trump abbia annunciato un incontro con al-Sisi consente a Hillary di condividere l’imbarazzo, ma non scioglie gli interrogativi. Tanto più che il Dipartimento di Stato Usa s’è appena detto ”preoccupato” per la decisione di una corte del Cairo di congelare i beni di alcune importanti organizzazioni per i diritti umani e dei loro dirigenti, che starebbero” documentando violazioni e abusi e difendendo le libertà riconosciute dalla costituzione egiziana”. I due colloqui sembrano più un regalo al leader egiziano che altro.

Per la concomitanza, e un po’ con la scusa, dell’Assemblea generale, Hillary s’è presa, martedì, un’altra giornata di mezzo riposo: si tratta di recuperare le forze, dopo la polmonite. L’ex first lady s’è limitata a qualche contatto internazionale a New York e ha passato molte ore nella sua casa, a Chappaqua, a preparare il primo confronto in diretta televisiva com il suo rivale, lunedì 26. Trump non gliel’ha fatta passare liscia: “Hillary ha bisogno di riposo”, le ha twittato. “Dormi bene, ci vediamo al dibattito”.

A consolare Hillary ci ha provato, con una battuta, quel suo grande sostenitore che è Matteo Renzi: “Mia moglie ti aspetta al G7 del 2017 in Sicilia come First Husband”, ha detto a Bill Clinton, ribadendo, per l’ennesima volta, il proprio sostegno alla candidata democratica. La sortita di Renzi ha chiuso un dibattito svoltosi alla Clinton Global Initiative, cui, oltre al premier italiano, c’erano il presidente dell’Argentina Mauricio Macri, il sindaco di Londra Sadiq Khan e l’ex ministra delle Finanze della Nigeria Ngozi Okonjo-Iweala.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+