CONDIVIDI
Hillary Clinton risponde con una vera e propria strategia anti-terrorismo alle sparate demagogiche di Donald Trump, che, pur di infiammare la campagna elettorale, cavalca senza scrupoli l’incubo della minaccia terroristica e gioca sulle paure dell’America, alimentate da 48 ore di esplosioni e sangue e allarmi dal Minnesota al New Jersey e New York.
L’uccisione dell’accoltellatore nel Minnesota, d’origine somala, e la cattura dell’unico ricercato, d’origine afghana, per gli ordigni tra New Jersey e New York giocano però a favore della coppia Obama/Clinton, il ‘duo serenità’.
Trump, che a caldo aveva detto “Gente, viviamo in un momento in cui dobbiamo usare le maniere molto, molto, molto forti”, gongola comunque, perché è ormai chiaro che di attentati s’è trattato: “E’ stato un attacco, paghiamo la debolezza” del presidente e  di Hillary, un suo clone. Obama risponde proprio da New York, dov’è per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, facendo l’elogio della fermezza della gente del New Jersey e della Grande Mela: “Noi non soccomberemo mai alla paura”.
La collana di episodi di terrorismo è per il magnate un’occasione per guadagnare consensi; e il fatto che i ‘lupi solitari’, ammesso che lo siano, vengano da Stati dove gli americani sono intervenuti o sono presenti (il Pakistan – San Bernardino -, l’Afghanistan – Orlando, prima d’ora –, la Somalia) è il segno di falle nel sistema dei controlli alle frontiere. Falle che Hillary, indirettamente, ammette, quando dice che bisogna rendere i controlli più severi e più efficaci.
L’ex segretario di Stato, che sceglie a caldo la via della cautela e dell’esperienza, ha poi imboccato ieri quella determinazione e della fermezza, bollando come “demagogia” le affermazioni di Trump secondo cui l’America di Obama, nella guerra al terrorismo, ha collezionato più sconfitte in casa che vittorie in trasferta.
La Clinton incontra i cronisti sulla pista dove l’attende l’aereo della sua campagna: gli attacchi “devono convincerci a difendere gli Usa e a sconfiggere” il sedicente Stato islamico, colpendolo là dove ha le sue roccaforti. E, una volta delineato il suo piano, basato sull’esperienza nella lotta anti-terrorismo – lei era nella ‘situation room’ della Casa Bianca, il giorno che le forze speciali scovarono ed eliminarono Osama bin Laden -, sfida il rivale a sciorinare il ‘piano segreto’ cui fa spesso riferimento, ma di cui molti mettono in dubbio l’esistenza.
Trump ha interesse a mettere in rilievo la vulnerabilità del Paese, dove ‘lupi solitari’ hanno colpito alla maratona di Boston, a San Bernardino e a Orlando, colo per citare gli episodi più gravi. Vari strateghi elettorali ritengono che uno o più attentati sul suolo americano in prossimità del voto, specie se ispirati all’estremismo islamico, potrebbero spostare voti verso il magnate. E alcuni pensano che Trump non intenda confrontarsi con il Califfo sul terreno, ma piuttosto chiudere l’America in un nuovo isolazionismo.
Se la ‘strategia della tensione’ paga in termini elettorali, lo potranno indicare i prossimi sondaggi. L’allarme attentati, il senso di insicurezza fanno il gioco di Trump, che continua a dipingere il Paese a tinte fosche. Nei sondaggi, il magnate è spesso preferito alla Clinton sul capitolo ‘sicurezza’: lui s’è presentato fin da subito come il candidato ‘law and order’ e ha pure declinato il suo slogan principale (‘Make America Great Again’) nella versione ‘Make America Safe Again’”.
Tra le proposte di Trump, oltre alla deportazione di 11 milioni di immigrati illegali, soprattutto ispanici, c’è la messa al bando dagli Usa di tutti i musulmani, poi edulcorata con il divieto d’entrata agli immigrati provenienti da Paesi contaminati dalla piaga del terrorismo, Siria compresa, e con l’introduzione di un test d’ingresso nell’Unione.
Trump non perde mai occasione di sfruttare attentati o sparatorie come la prova di un’America debole e indifesa, anche se resta un paladino di quelle armi che sono la causa di molte tragedie.

Anche per questo, la Clinton lo definisce “il miglior reclutatore” dell’auto-proclamato Califfo, che fa il tifo per lui, convinto che retorica anti-Islam e frasi bellicose lo rendano “il nemico perfetto”, perché tendono a radicalizzare i musulmani in America e in Europa e consentono al Califfo di fare nuovi proseliti. “Chiedo ad Allah di portare Trump all’America”, è l’auspicio d’un portavoce dell’Is.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+