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Lo hanno preso dopo una sparatoria, vivo: Ahmad Khan Rahami, 28 anni, di origini afghane, ma naturalizzato americano, era ricercato da alcune ore. Adesso, l’Fbi e la ‘task force’ anti-terrorismo  sperano di sapere da lui se ha agito da solo o se aveva dei complici – come appare più probabile -, quale è stato il suo percorso di radicalizzazione integralista, come e da chi s’è procurato gli ordigni, quali erano i suoi piani, se aveva contatti internazionali.
Nell’annunciare di essere sulle sue tracce, le forze dell’ordine avevano avvertito che era armato e pericoloso. E Rahami, prima di farsi prendere, ha sparato, ferendo leggermente un agente, mentre un altro s’è salvato grazie al giubbotto anti-proiettile.
L’uomo, individuato dalle telecamere di sicurezza nell’area di Chelsea, a Manhattan, dove c’è stata l’esplosione di sabato sera e dov’è stato trovato un ordigno non deflagrato, era stato identificato grazie a un’impronta digitale lasciata su una ‘bomba’ inesplosa. Gli inquirenti pensano che Rahami sia collegato pure allo scoppio di sabato nel New Jersey e ai cinque ordigni trovati domenica sera, ma considerano improbabile che abbia potuto fare tutto da solo.
Questa volta, non saremmo di fronte a un lupo solitario, ma una cellula terroristica potenzialmente tuttora attiva tra New York e New Jersey. Un timore che mantiene alta la tensione nel Nord-Est dell’Unione, come in tutti gli Usa. Se il presidente Obama fa i complimenti alle forze dell’ordine perché hanno preso in fretta l’unico sospettato, il governatore Cuomo non esita a evocare lo spettro di un complotto internazionale.
Per il momento, sembra essersi invece rivelata inconsistente la pista dei cinque uomini fermati domenica a New York: viaggiavano a bordo di un Suv dentro il quale c’erano armi, sulla Belt Parkaway, a sud di Brooklyn, vicino al ponte da Verrazzano, che congiunge il New Jersey con Manhattan. Tutti e cinque sarebbero della stessa famiglia e vivono a Elizabeth, ma nessuno è stato . incriminato. Non si sa neppure se la scritta trovata sul luogo dell’esplosione, parte in inglese, parte in arabo, abbia avuto un qualche rilievo nello sviluppo delle indagini.
Il livello di allarme s’era ulteriormente alzato domenica sera, quando cinque ordigni esplosivi erano stati trovati in uno zaino vicino a un ristorante nei pressi della stazione di Elizabeth nel New Jersey, non lontana dall’aeroporto di Newark, una delle ‘porte d’accesso’ internazionali a New York. L’Fbi provvedeva a una verifica tramite un robot, ma, durante l’operazione, uno degli ordigni produceva una forte deflagrazione, senza conseguenze perché il luogo era stato isolato.

Si indaga pure su possibili connessioni tra quanto avvenuto nel Nord-Est e in Minnesota, dove l’azione dell’accoltellatore di origine somala ucciso da un agente fuori servizio è stata rivendicata, o almeno avallata, dal sedicente Stato islamico, che ha invece taciuto su New York e il New Jersey. Un inquirente lo spiega così: “La mancata rivendicazione fa guadagnare tempo alla cellula perché lascia gli inquirenti brancolare fra più piste. Diverso il caso del Minnesota, perché lì l’azione s’è estinta con la morte del soldato del Califfo ‘martire’”.

Da ieri, New York è teatro del maggior appuntamento annuale diplomatico: l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che vede l’arrivo di capi di Stato e di governo di tutto il Mondo – primo atto, un vertice sui migranti, presente il premier Matteo Renzi -. I dispositivi di sicurezza, che vengono sempre rafforzati per l’evento, sono stati dotati di mille uomini supplementari, dopo gli allarmi bomba del week-end. Anche se non v’è segno che Rahami, e i suoi eventuali complici, avessero lì loro obiettivi.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+