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Ma non erano gli hackers russi che ficcavano il naso a ripetizione nella corsa alla Casa Bianca, carpendo mail a Hillary Clinton e facendo così il gioco di Donald Trump? Vladimir Putin rovescia la frittata: alla vigilia del voto per la Duma, il Parlamento di Mosca, che suscita meno fremiti d’interesse delle elezioni americane, il presidente russo, da Bishkek, capitale del Kirghizistan, denuncia “evidenti tentativi” di “manipolare l’opinione pubblica” del suo Paese.

A che cosa si riferisca, non è chiaro; e se ci creda davvero, neppure. Putin dice: “Abbiamo visto, durante la campagna per la Duma, tentativi di manipolare l’opinione pubblica, sollevando questioni sì delicate, ma molto lontane da ciò che interessa veramente milioni di russi”. Forse un riferimento agli strepiti ucraini, rilanciati da Washington, perché pure la Crimea eleggerà i suoi deputati.

Il presidente russo non cade nella trappola di chi vuole coinvolgerlo nella competizione americana: Hillary o Trump? “Sosterremo chiunque voglia costruire con noi solide relazioni di partnership e buon vicinato”. Negli Usa, di parla molto di Russia: “Mi piace sperare che ciò derivi dalle nostre crescenti influenza e importanza … Ma stiamo invece assistendo al tentativo di crearci un’immagine da ‘impero del male’ per spaventare la gente comune”.

Putin nota che Barack Obama è attivamente coinvolto nel sostegno a Hillary Clinton, mentre lui “non è così attivo” nella campagna per la Duma. Bella forza!: negli Usa Hillary, la candidata clone del presidente uscente, rischia di perdere; lui, invece, in Russia non c’è possibilità che perda. Anzi, è sicuro di vincere l’ennesimo referendum sul suo conto: ha un tasso di popolarità all’82%, a meno di due anni dalla fine del suo terzo mandato non consecutivo – tra il secondo e il terzo, ci fu l’intermezzo concordato di Dmitri Medvedev – e dal prevedibile inizio del quarto – e probabilmente ultimo -.

Il suo partito, Russia Unita, non raggiungerà le sue percentuali, ma avrà la maggioranza dei seggi, nonostante tutta la legislatura, dal 2011 a oggi, e la prima metà del terzo mandato presidenziale non siano state di sicuro rose e fiori per la Russia e i russi: la crisi ucraina, coi suoi riflessi nei rapporti con gli Usa e l’Ue, le sanzioni, il crollo del prezzo del petrolio, la perdita di valore del rublo, tutto ciò potrebbe spingere al cambiamento. Ma non pare che sia così. Anzi, il fatto che la Crimea, annessa, vada alle urne con la Russia tutta stimola l’orgoglio nazionale: Putin ha curato questo tema con due visite nel giro di poche settimane e suggestive e minacciose esercitazioni militari, mentre Washington, all’unisono con Kiev, bollava come illegittimo il voto nella penisola.

Un calo di consensi per Russia Unita è comunque atteso: il partito, che nel 2011 sfiorò il 50%, non dovrebbe ripetersi su quei livelli; e Medvedev, che, tornato premier dopo la parentesi da presidente, guida le liste della formazione di maggioranza, rilancia, in chiave elettorale, il progetto del ponte sullo stretto di Kerch, per collegare la Crimea alla Russia.

Le elezioni si svolgono con un sistema misto già sperimentato: dei 450 deputati, 225 vengono eletti su liste di partito (con la proporzionale), e 225 con il maggioritario. Per entrare alla Duma un partito deve superare la soglia del 5%. Gli elettori registrati sono circa 111 milioni, tenendo conto di quelli all’estero.

L’opposizione parlamentare uscente (e con tutta probabilità rientrante) è stata in questi cinque anni innocua, anzi è stata una foglia di fico per il regime, mascherandone con la sua esistenza l’autoritarismo. Nel Parlamento uscente, i comunisti, con quasi il 20%, erano il secondo partito, davanti al liberal-nazionalisti di Vladimir Zhirinovskij, sotto il 12%. Ma c’è aria di sorpasso: patriottismo e nazionalismo esercitano sull’opinione pubblica maggiore richiamo del discreto (e molto locale) fascino delle bandiere rosse, un simbolo del passato che sfuma col passare degli anni e il tramontare d’una generazione. Sopra il 5%, ma di poco, dovrebbe pure essere Russia Giusta.

Tra difficoltà economiche, reminiscenze nazionalistiche e smorzate rivendicazioni sociali, Putin resta lo strumento migliore della propaganda di Russia Unita. Che, per scuotere gli elettori, tradizionalmente restii a recarsi alle urne – l’elevato astensionismo è una variabile imponderabile del voto in Russia -, conduce nella capitale una campagna telefonica: il messaggio è semplice, “vai a votare, il presidente ha bisogno di te”. Sembra America, ma è Russia. E l’hacker è in ascolto.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+