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Le tre giornate dell’Unione europea: in 72 ore, tra oggi e il vertice di Bratislava venerdì, l’Ue cerca di scrollarsi di dosso quella patina d’impotenza e di rassegnazione al declino che le si è posata su dopo il sì alla Brexit. Per farlo con successo, ci vorrebbe, forse, il piglio risorgimentale suggerito dal nostro titolo, mentre il discorso sullo stato dell’Unione, che Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, pronuncia a Strasburgo, nell’aula gremita del Parlamento europeo, è pieno di buone intenzioni corrette e condivisibili, ma manca di slancio e di energia e raccoglie solo applausi tiepidi. Non quelli di Nigel Farage, il leader secessionista britannico, che segue in cuffia con aria distratta – ma che ci fa ancora al suo seggio? -.

Ne prende di più, di applausi, il capogruppo socialista Gianni Pittella,  che promuove nei contenuti Juncker, lo ringrazia per non avere pronunciato la parola ‘austerità e ci mette enfasi mediterranea nel proclamare che “il pericolo è la paura”: quella paura che rende i leader dei Paesi dell’Ue “sonnambuli nel cuore della notte dell’Europa”; e che induce il premier britannico Theresa May, quasi  tre mesi dopo il referendum, a continuare “a tenere in scacco l’Europa”. Londra, non presentando la richiesta di uscita dall’Ue, non consente l’avvio del negoziato sulla ‘secessione’ e, quindi, prolunga indefinitamente lo stato di incertezza e di confusione.

Nel suo discorso, Juncker mette un sacco di carne al fuoco: l’applicazione del Patto di Stabilità senza ostacolare la crescita; il contrasto alla disoccupazione puntando sull’Europa sociale; l’attenzione ai giovani (e ai minori che, nel flusso dei migranti, si ritrovano soli nell’Unione); l’immigrazione (con il programma d’investimenti nei Paesi africani da cui partono più migranti); e ancora la solidarietà, la sicurezza dalle minacce del terrorismo, una strategia europea per la Siria, una difesa europea.

Proprio sulla difesa europea, che è la nuova frontiera dell’integrazione, Juncker insiste molto: situa gli sprechi causati dall’esistenza e dalla sovrapposizione di 27 difese nazionali a una cifra oscillante fra i 20 e i 100 miliardi di euro l’anno – il bilancio dell’Ue è di circa 140 miliardi di euro l’anno -, prospetta un ‘quartier generale’ unico, insiste sulla piena complementarità del progetto con la Nato, afferma che “più difesa europea non vuole dire meno difesa atlantica”; e propone di perseguire l’obiettivo nell’ambito delle cooperazioni rafforzate, senza che cioè tutti i Paesi debbano aderirvi fin dall’inizio – un po’ quello che già avviene con l’euro o con Schengen -.

Ma Juncker cerca anche di evitare conflitti con gli Stati membri – “l’Unione si fa con loro, non contro di loro” -, di non dare un’immagine invasiva dell’iniziativa comunitaria – “concentriamoci sui temi dove la dimensione comunitaria ha un valore aggiunto” – e di rafforzare il profilo politico della Commissione europea: d’ora in poi, i commissari potranno partecipare senza doversi dimettere alle competizioni elettorali nei rispettivi Paesi e, anzi, saranno incoraggiati a confrontarsi con le loro opinioni pubbliche.  Il presidente lo motiva così: come non c’è incompatibilità tra l’essere ministro e l’essere deputato, non c’è motivo che ci sia con l’essere commissario.

Dei populismi – e qui Farage inarca un sopracciglio -, Juncker dice: “Non risolvono i problemi, ma li creano”: “dobbiamo proteggerci” dalle sirene che promettono “soluzioni facili a questioni complesse”. Ma le soluzioni vanno trovate, se no i populismi avranno sempre più spazio.

La chiusa è un monito più che uno sprone: “Non rendiamoci colpevoli di errori che metteranno fine al disegno europeo”. Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai leader dei 27 che, venerdì, si riuniranno a Bratislava per discutere del ‘dopo Brexit’ e di immigrazione, ma anche di crescita e occupazione. Dell’agenda di Juncker, che cosa resterà nelle loro discussioni?, e che cosa ne germoglierà?

La lettera che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ieri mandato ai capi di Stato o di governo è particolarmente elaborata e si articola in sette punti: la Brexit, la paura, l’immigrazione, la lotta contro il terrorismo, l’economia e l’occupazione, la globalizzazione, le prospettive dell’integrazione. L’ultimo paragrafo mette i brividi: il polacco Tusk cita Tomasi di Lampedusa ed il suo “Gattopardo”, evoca lo spettro del cambiare tutto per non cambiare nulla: quello che aleggia in molte delle dichiarazioni enfaticamente forti, ma politicamente vuote, dei vertici scenografici dell’estate trascorsa. Ci vuole, invece, il coraggio e la determinazione di cambiare almeno qualcosa perché si cominci davvero a cambiare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+