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Noi diciamo che l’abito non fa il monaco. I tedeschi dicono che l’abito fa il monaco. Roberta Pinotti pare fatta per dare ragione ai tedeschi: da quando è ministro della Difesa – prima donna a ricoprire l’incarico in Italia -, questa professoressa d’italiano al liceo e capo educatrice degli scout cattolici – gli stessi dove si fece le ossa da leader Matteo Renzi – s’è scoperta una vena militarista che prima nessuno le avrebbe sospettato.

E la Libia la ispira in modo particolare: sua l’anticipazione, poi fortunatamente smentita dai fatti, almeno finora, di 5.000 militari italiani in campo; (anche) sua la decisione di inviarvi forze speciali all’insaputa del Parlamento – ne rivelò la presenza Il Fatto a fine luglio -; e suo, adesso, l’annuncio dell’operazione Ippocrate, che ha un bel nome umanitario, ma che è un’operazione militare vera e propria.

Tra l’altro, con il solito vizietto. Il Parlamento, questa volta, la Pinotti e il suo collega degli esteri Paolo Gentiloni l’hanno informato, incontrando ieri insieme a Montecitorio le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato in riunione congiunta. Ma la partenza degli uomini era già decisa, che l’assenso delle commissioni arrivasse o meno prima. Il che ha naturalmente suscitato le proteste delle opposizioni.

Gentiloni sostiene: “Noi stiamo andando a costruire un ospedale da campo, non stiamo mandando una portaerei. In Libia non ci sono ‘boots on the ground’ di soldati italiani”. Evidentemente, non contano i commando in azione almeno da due mesi e la ‘force protection’.

L’attenzione dell’Italia per la Libia è tenuta alta da due fattori: l’energia e l’immigrazione. Sull’uno e sull’altro fronte, la situazione rischia di peggiorare, ora che la Libia è di nuovo terreno di scontro fra fazioni libiche, una volta eradicata a Sirte la presenza dei miliziani del sedicente Stato islamico, “ridotta a uno o due kmq”, parola del ministro con l’elmetto. Incontrando a Roma in questi giorni delegazioni straniere, il ministro mostra foto mentre imbraccia il fucile e racconta d’andare a sparare al poligono, dando di sé un’immagine da comandante-in-capo ‘italian style’.

Le preoccupazioni italiane sulla Libia, e sull’immigrazione, dove l’Europa dà una mano, ma può fare di più, saranno sciorinate dal premier Renzi al vertice dell’Ue a Bratislava, venerdì, e, subito dopo, nell’incontro di commiato con il presidente Obama alla Casa Bianca. L’operazione Ippocrate può essere un fiore all’occhiello con cui presentarsi ai partner dell’Ue e ad Obama.

L’Italia realizzerà un ospedale da campo a Misurata, sede d’una delle milizie libiche più agguerrite, inviando sul posto 300 unità tra personale sanitario – 65 medici e infermieri -, addetti alla logistica – 135 per manutenzione, comunicazioni, amministrazione, etc- e un centinaio di militari incaricati della sicurezza, “una vera e propria ‘force protection'”. A supporto della missione ci sarà un velivolo C27-J “per un’eventuale evacuazione strategica”, mentre una nave già “impegnata in ‘Mare sicuro’ avrà funzioni di supporto”.

L’ospedale da campo di Misurata consentirà di effettuare interventi per codice rosso e trasfusioni e andrà a regime entro fine mese, assistendo fino a 50 pazienti al giorno: “Il lavoro preparatorio fatto ad agosto serviva per essere operativi al più presto”, dice il ministro, riferendosi forse ai commando sul terreno che hanno però contribuito anche ad indirizzare i raid aerei Usa contro gli jihadisti.

L’avvio della missione in Libia coincide con un momento particolarmente delicato sul terreno, dopo che le forze del generale Haftar, vicine al parlamento di Tobruk e ostili al governo d’unità nazionale del premier al-Sarraj, hanno rivendicato la conquista di punti strategici della Mezzaluna petrolifera.

Gentiloni giudica gli sviluppi “negativi perché danneggiano il processo di stabilizzazione”. Haftar ha miliziani “prevalentemente del Sudan e del Ciad arruolati, che si sono scontrati con le guardie delle installazioni petrolifere. Non è certo quali siti siano stati presi, ma la situazione è instabile” e, quindi, pericolosa. Lunedì, l’Italia, con gli Stati Uniti e altri quattro Paesi europei, aveva chiesto l’immediato ritiro dai terminal energetici degli uomini di Haftar.

Si cerca di dialogare con il generale, in vista del prossimo appuntamento internazionale sulla Libia: la conferenza ministeriale a New York tra una decina di giorni. E, nel frattempo, si punta a ripulire del tutto Sirte dai miliziani del Califfo. Gentiloni è cauto: restano sacche di resistenza e “girano rivendicazioni di attentati a Bengasi e Tripoli, la cui attendibilità da verificare”. E quattro miliziani sono stati uccisi ieri.

Per il ritorno alla normalità di Sirte, il governo italiano ha stanziato 500 mila euro per sminare l’area. E l’ambasciatore Giuseppe Perrone sarà presto a Tripoli.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+