CONDIVIDI

Un vertice a sua immagine e somiglianza: l’ultimo G20 di Barack Obama non avvia a soluzione nessuno dei problemi in agenda. Di tutto si discute, in plenaria e nei bilaterali; ma, quando tocca tirare le somme, tutto resta aperto, nonostante i passi avanti qua e là fatti. Non che fosse semplice scovare la ricetta per rilanciare l’economia con la crescita e l’occupazione o, sul piano bilaterale, trovare l’intesa con la Russia sulla Siria o con la Turchia sull’estradizione, o meno, del presunto ispiratore del presunto colpo di stato, Fethullah Gulen.

Il tentennismo di Obama, sommato alla cautela della Cina, che esordiva alla presidenza del vertice, hanno prodotto la solita riunione da cui tutti partono contenti, perché non ci hanno perso nulla, ma di cui nessuno è entusiasta – Renzi a parte, che quando gli fanno i complimenti per le riforme lui va in un brodo di giuggiole, a prescindere che le abbia davvero fatte o meno -. Lasciando Hangzhou, rosica solo Angela Merkel: il G20 non c’entra, le duole il Meclemburgo.

Sul piano dell’esempio e della buona volontà, il presidente a fine mandato ci mette, come sempre, del suo: in calce all’accordo sul clima di Parigi, appone la firma al di là dell’ostacolo del Congresso, che mai ratificherà quel documento prima delle elezioni presidenziali dell’8 Novembre (e forse neppure dopo). Obama firma insieme al presidente cinese Xi Jinping, che ha però appena incassato il sì – scontato – del Parlamento cinese.

In questo suo peregrinare da un commiato all’altro – il G7 l’aveva già fatto in Giappone, ora gli resta l’Apec, il Vertice del Pacifico, il 19 e 20 novembre a Lima in Perù, quando già si saprà chi sarà il suo successore -, Obama deve adesso fare tappa in Laos per un saluto al vertice dell’Asean: ci arriva di mala voglia, perché quel rozzo del presidente filippino Rodrigo Duterte gli ha dato pubblicamente del “figlio di p…”, solo perché gli Stati Uniti obiettano alle esecuzioni sommarie della ‘giustizia’ filippina, che conduce la lotta alla droga in modi molto spicci.

Duterte è il Trump del Pacifico; e Obama ne ha già abbastanza dei Trump suoi: il programma prevede un incontro bilaterale, che lui ora subordina alla verifica della possibilità che sia “costruttivo e produttivo”. Faceva forse meglio a cancellarlo e basta.

Il comunicato finale del G20 non offre sorprese: i leader mondiali vogliono una ripresa globale che sia inclusiva stimolando la crescita e l’occupazione con riforme strutturali e s’impegnano, a tal fine, a un maggiore coordinamento delle scelte nazionali. Il G20 ha inoltre chiesto all’Ocse di preparare entro il giugno 2017 una lista nera dei Paesi che non collaborano alla lotta contro l’evasione fiscale.

Sulla crisi dei migranti, il Vertice riconosce che il flusso è un problema mondiale – ce n’era bisogno, che i leader lo dicessero – ed esorta a “sforzi globali” per affrontarne cause e conseguenze. La crisi dei rifugiati ha raggiunto livelli “storici”, con 65 milioni di sfollati in tutto il mondo, si legge nelle conclusioni, mentre in plenaria il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk avverte che il sistema di accoglienza europeo sta giungendo al limite e chiede misure concrete: riconoscere che il problema c’è è troppo poco.

“Abbiamo concordato sul fatto che bisogna fare di più contro le cause delle migrazioni di massa”, spiega la britannica May. Il turco Erdogan riconosce che il risultato non è sufficiente: da Antalya, un anno fa, a Hangzhou, il G20, in pratica, non ha fatto nulla.

Intenso, come sempre, l’intreccio dei bilaterali a margine delle plenarie. Obama, fra gli altri, vede Xi, il padrone di casa, Putin, Erdogan e, per la prima e ultima volta nella nuova veste, la May.

Il colloquio Obama-Putin era atteso con speranza di un cessate-il-fuoco in Siria. Ma l’unica intesa è che proseguano i negoziati per arrivarxi: toccherà di nuovo al segretario di Stato Usa John Kerry ed al ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. Obama è più negativo: sottolinea mancanza di fiducia reciproca e permanere di differenze. Putin, invece, vede “alcuni allineamenti” e spera in un accordo “nei prossimi giorni”. Mezzo pieno, o mezzo vuoto, il bicchiere siriano si colma solo di sangue.

The following two tabs change content below.
Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+