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Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/09/2016

Tiziana Gamannossi è una imprenditrice, una di quelle italiane, o di quegli italiani, che incontrate ovunque nel mondo, specie dove meno vi aspettate che ci siano (o che siano rimasti): legati, o per affari o per affetti o per gli uni e gli altri, sia all’Italia sia al Paese dove si sono installati, per quanto difficile e inospitale possa essere.

Storie diversissime: c’è chi capita in un posto per caso e se ne innamora, chi lo sceglie, chi è in fuga dal proprio Paese e cerca un’alternativa; c’è chi si fa una posizione e chi vive di espedienti, accompagnati e magari aiutati da quella fama di ‘italiani brava gente’ che ci siamo tagliati addosso da soli, ma che ci viene spesso riconosciuta, tendenzialmente amici di tutti.

Vengono in mente Giancarlo Marocchino, l’imprenditore sempre primo sul posto di tutte le tragedie italiane in Somalia, di cui tuttora custodisce segreti, dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel 1993 all’uccisione di Marcello Palmisano e al ferimento di Carmen Lasorella nel 1995: su di lui, sospetti di traffici illeciti (armi e rifiuti) e un’intercettazione telefonica (“sono in una botte di ferro, perché di fianco a me ho i servizi”, quali e quanti resta da vedere).

Oppure il proprietario del Café Cappuccino, attaccato da un commando integralista a Ougadougou in Burkina Faso, all’inizio dell’anno: Gaetano Santomenna si salvò, ma suo figlio Michel di 9 anni e sua moglie Viktoria, ucraina, furono uccisi. Paese che vai italiano che trovi, fin nel Bangladesh, dove nessuna delle nove vittime italiane dell’attacco terroristico a un ristorante, ai primi di luglio, era un turista: tutta gente che lavorava lì o aveva affari lì.

La Gamannossi non è una che sta in silenzio e cerca di non dare nell’occhio. Tra il 2011, l’anno del rovesciamento e dell’uccisione del colonnello Gheddafi, e il 2015, la stampa italiana l’ha citata più volte come l’unica imprenditrice italiana rimasta in Libia. L’Unità e Famiglia Cristiana, AsiaNews e l’Osservatorio dei Balcani hanno dato voce a sue verità ‘dalla parte di Gheddafi’, a sue lamentele per essere stata “lasciata sola”, a sue iniziative di cooperazione e assistenza, da ultimo a sue proteste per disagi di viaggio quando rientrò in Italia.

Le notizie, scarne e difficili da verificare, dicono che la Gamannossi, accusata di frode bancaria, è stata arrestata a Tripoli: lo scrive il Libya Observer, ripreso dall’AdnKronos. La donna avrebbe tentato d’incassare 10 milioni di dinari (6,5 milioni di euro) esibendo in una banca un assegno falso. La presunta frode sarebbe stata sventata dagli uomini delle Forze di deterrenza libica.

Ora, in Libia quasi nulla di quanto appare è vero e ancor meno di quanto si dice è vero. Le notizie vanno quindi prese con cautela. La Gamannossi, aiutata da un cittadino libico, Khaled Mangoush, sarebbe tornata a Tripoli, dov’è ben conosciuta, a luglio e avrebbe incontrato un qualche esponente del Governo di Salvezza nazionale, non quello di Unità nazionale riconosciuto dall’Onu e guidato dal premier al-Serraj, chiedendogli una mano per semplificare le procedure d’esportazione in Libia di forniture alimentari, un affare da 631.000 euro.

Il 25 agosto, la Gamannossi avrebbe aperto un conto corrente alla Banca Wahda di Tripoli. E dopo cinque giorni avrebbe tentato, nella stessa banca, di incassare un assegno della Brega Oil Company. L’impiegato, insospettito, avrebbe però contattato la società per verificare l’autenticità dell’assegno. Arrestata, la donna avrebbe detto di aver avuto l’assegno falso da un libico in Egitto, Fathi Masoud, che voleva per sé il 25% della cifra se lei fosse riuscita a farsela consegnare. La procura di Tripoli indaga: banale truffa?, o intrigo sofisticato?

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+