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Il Labour Day, il Primo Maggio degli Stati Uniti, che cade quest’anno il 5 Settembre, segnerà l’inizio degli ultimi due mesi decisivi di questa campagna maratona Usa 2016: per i due rivali protagonisti, Hillary Rodham Clinton e Donald Trump, sarà durata, a conti fatti, quasi 18 mesi, perché sono in corsa entrambi dal giugno 2015.

Dalla Festa del Lavoro all’Election Day, l’8 novembre, resteranno nove settimane, meno del titolo d’un film. Dopo che le due convention, a fine luglio, avevano ufficializzato le candidature democratica – la Clinton, con vice Tim Kaine, senatore della Virginia – e repubblicana – Trump, con vice Mike Pence, governatore dell’Indiana -, agosto s’annunciava, nelle previsioni, sotto traccia, con i candidati a caccia più di finanziatori più che di elettori. Specie Hillary, che raccoglie un po’ più fondi dell’avversario, già ricco del suo, ma che molti di più ne spende.

Invece, il mese è stato un infermo per il magnate e showman, come se di colpo gli americani ne avessero scoperto le esagerazioni, l’inaffidabilità, l’impreparazione, mentre lui, per tre settimane, non azzeccava una sortita: giù nei sondaggi a colpi di gaffe, mentre Hillary non sbagliava mossa. Anzi, non aveva neppure bisogno di farne, perché il rivale s’affondava da solo: cambiava stile, senza riuscirci – il Trump misurato, che legge e non improvvisa, perde più fan di quanti non ne conquisti – e cambiava per la seconda volta in pochi mesi il suo staff..

I due candidati si presentano sulla dirittura finale della loro corsa staccati di una decina di punti, nella media dei sondaggi: un abisso, che potrebbe indurre a scommettere su una vittoria a valanga della Clinton. Il partito repubblicano, il cui establishment moderato ha mal trangugiato e non ha affatto digerito la nomination di Trump, è – per restare nel cinematografico – “sull’orlo di una crisi di nervi”, quasi in preda al panico: l’8 Novembre gli americani non eleggeranno solo il presidente, ma rinnoveranno anche tutta la Camera e un terzo del Senato. Se il loro campione affonda malamente, i conservatori rischiano di perdere il controllo di uno – il Senato – o di entrambi i rami del Congresso.

Ma il New York Times consiglia di andarci piano a scommettere, perché, in questa campagna, Trump ha già dimostrato di avere doti di recupero notevoli. E perché l’ex first lady può sempre inciampare in qualcuno degli scheletri di cui sono zeppi gli armadi e i bauli della famiglia Clinton: l’emailgate, cioè l’utilizzo di un account di posta privato quand’era segretario di Stato, mettendo – è la tesi repubblicana, che un’inchiesta dell’Fbi non ha avallato – a repentaglio la sicurezza nazionale; la strage di Bengasi dove, l’11 Settembre 2012, l’ambasciatore statunitense e tre cittadini americani furono uccisi – lei ne porterebbe la responsabilità -; i finanziamenti esteri alla Clinton Foundation, la cassaforte di famiglia; o ancora, lontane nel tempo, ma sempre mediaticamente vive, le avventure di quel farfallone di suo marito; o, più indietro ancora, le presunte speculazioni immobiliari ai tempi dell’Arkansas.

Non che Trump viaggi senza scheletri nell’armadio: la sua Università è oggetto di ben due inchieste per truffa, a New York e a San Diego; poi, ci sono diversi fallimenti di sue attività imprenditoriali, specie i casinò di Atlantic City; o i rapporti con le donne, le strizzate d’occhio a despoti del passato, Mussolini, e del presente, Putin, senza contare i tributi a Saddam Hussein e a Gheddafi, la capacità di mettersi contro con una sola battuta intere fette del composito elettorato statunitense, gli ispanici, i neri, i musulmani. Garry B. Trudeau, il disegnatore liberal di Doonesbury, lo mette alla berlina perché – assicura – “ho almeno il doppio delle posizioni della mia rivale”: ogni cosa, la pensa in un modo e all’opposto. E gli economisti di Wall Street paventano una recessione globale, se l’imprevedibile magnate arriva alla Casa Bianca.

I dibattiti televisivi e la sorpresa d’ottobre – Per le possibilità di recupero di Trump, determinanti saranno i tre dibattiti in diretta tv: testa a testa lui e la Clinton perché nessun altro candidato in lizza, né il libertario Gary Johnson, né la verde Jill Stein, superano nei sondaggi la soglia per parteciparvi. Ma la coincidenza con match del campionato di football americano di due dei tre dibattiti non piace a Trump, che la giudica “inaccettabile” (il pubblico del football è tendenzialmente considerato più favorevole a lui che a Hillary). Una soluzione si troverà, perché il magnate e showman non vorrai mai privarsi della sua arma migliore: lui ci sguazza, sul piccolo schermo, mentre l’ex first lady è più fredda e meno comunicativa.

I dibatti ‘sub judice’ sono i primi due, fissati per il 26 settembre e per il 9 ottobre – il terzo dibattito sarà il 19 ottobre, mentre quello fra i candidati vice si svolgerà il 4 ottobre -. Il compito di scegliere e fissare le date dei dibattiti spetta a una commissione ‘ad hoc’, indipendente dai candidati: tutto avviene con largo anticipo, almeno un anno prima.

Esauriti i dibattiti, ci sarà, prima del voto, il tormentone della ‘sorpresa d’ottobre’: l’evento inatteso che scompiglia i giochi. Se ne parla sempre, ma, a partire dal 1864, quando ci fu davvero – il Paese era nel pieno della Guerra Civile e i nordisti rovesciarono le sorti del conflitto a loro favore -, non c’è mai verificata.

Quest’anno, però, la ‘sorpresa d’ottobre’ s’accompagna all’inquietudine per la minaccia terroristica e per le tensioni razziali, dopo che l’Unione ha vissuto un’estate calda, tra storie di neri inermi uccisi da poliziotti bianchi e stragi di poliziotti ad opera di killer neri reduci di guerra. Attentati e violenze, e pure il tema dell’immigrazione, fanno il gioco di Trump, che gioca la carta della paura e parla ai maschi bianchi frustrati dalla presidenza Obama e dal fatto di non essere più né maggioranza né elite nel loro Paese.

Tra la fiera di paese e il grande cinema – Gli appuntamenti di Cleveland – i repubblicani, 18 / 21 luglio – e di Filadelfia – i democratici, 25 / 28 luglio – e i discorsi finali dei due candidati sono stati specchio fedele dei due partiti e dei due campioni. La Clinton non dice una parola fuori posto, ma non scalda i cuori; simula un’empatia, che non prova, con il suo pubblico; e dissimula, senza magari mentire in modo esplicito. Trump è un fiume in piena che le spara grosse a ogni capoverso e che cela dietro la critica del ‘politically correct’ e quindi dietro il paravento della franchezza, la banalità delle idee e la genericità delle affermazioni, quando non sono pure e semplici balle.

Filadelfia ha mediaticamente avuto un impatto minore di Cleveland, dove si temevano incidenti che non ci sono stati. Ma i sondaggi dicono che il discorso di Hillary, per una volta, ha fatto più presa di quello di Donald.

Il copione delle convention è stato sostanzialmente identico, per i repubblicani e per i democratici: sussulti di contestazione all’inizio, perché questa è una democrazia; il voto che zittisce – o almeno acqueta – le polemiche; il crescendo degli interventi – quello dei democratici è incomparabile, Michelle, Bill, Barack, Hillary -.

Ci sono sfumature di differenze: i repubblicani hanno un contesto più da kermesse, un po’ scaciato, noi diremmo coatto; i democratici sono perfettini, ingessati, pure nella rabbia, o nell’entusiasmo. E se a Cleveland i repubblicani mettono su una sagra di paese, al Wells Fargo Center di Filadelfia è grande cinema: tutti da Oscar: gli attori protagonisti, mogli e mariti, presidenti e aspiranti, ciascuno recita la sua parte da consumato professionista.

I meno bravi sono stati i vice. Mike Pence, il repubblicano, e Tim Kaine, il democratico, non valgono i loro boss e si vede: non hanno carisma e non fanno il peso, l’uno troppo rozzo, l’altro troppo buonista. Chiunque eleggano, gli americani passeranno i quattro anni del prossimo mandato incrociando le dita che il titolare non debba essere sostituito in corsa.

L’informazione omogeneizzata – Con le convention, escono definitivamente di scena personaggi come Bernie Sanders e la pletora d’aspiranti alla nomination repubblicani che hanno animato la fase delle primarie. Resta una certezza: il 45° presidente degli Stati Uniti sarà “una prima volta”, cioè o una donna, o una persona che non ha mai avuto una responsabilità pubblica e non ha mai affrontato un’elezione. Per essere la coppia di candidati più anziani nella storia americana – 69 anni lei, 70 lui-, Hillary e Donald portano con sé una carica di novità notevole.

Ovviamente, l’informazione politica è monopolizzata dal voto. Lo scrittore Percival Everett è molto critico su come i media stanno raccontando la corsa e li accusa di “mancanza di profondità e rigore intellettuale”. Everett denuncia la passività dei giornalisti davanti a quella che definisce la pratica sistematica “della collaudata tecnica fascista che consiste nel reiterare menzogne fino a quando non vengano considerate verità”, mentre i dibattiti si riducono “a un rabbioso scandire di slogan”.

La critica di Everett, condivisa da intellettuali e liberal, innesca una discussione sul basso livello della campagna 2016. Sul cui esito, però, più degli interrogativi sul rispetto – o meno – dei valori, rischiano di incidere proprio le paure su cui gioca Trump (e su cui la stampa indulge).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+