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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/08/2016

L’America piange sulla foto di Omran: lacrime di coccodrillo che non durano neppure a lungo, perché, il giorno dopo, del bimbo di cinque anni ferito sotto le bombe ad Aleppo non c’è più traccia sulle prime pagine dei siti di New York Times e Washington Post. Anzi, non c’è addirittura spazio per il dramma della Siria, perché l’attenzione è monopolizzata dalle dimissioni dell’ex uomo forte della campagna Trump, Paul Manafort, che se ne va due giorni dopo essere stato ridimensionato causa ‘eccesso di putinismo’, e dalle ultime medaglie olimpiche a stelle strisce (con qualche storia poco edificante di doping altrui e di bullismo Usa).

Lacrime di coccodrillo come quelle a suo tempo versate sulla ragazzina al napalm in Vietnam, oppure sul cormorano della Guerra del Golfo 1991, o ancora su Aylan, il bambino curdo di tre anni finito riverso su una spiaggia turca, morto annegato in fuga dalla guerra con tutta la famiglia.

L’America piange. Ma o è la causa diretta di quelle tragedie, come avveniva in Vietnam, o ne è causa indiretta: la sua inazione e i suoi errori hanno reso possibili i dramma collegati dei migranti e della guerra civile siriana, di cui Aylan e Omran sono testimonial di valenza opposta tra dolore speranza.

Il conflitto in Siria dura da cinque anni e mezzo, 66 mesi, ha fatto milioni di sfollati e rifugiati, centinaia di migliaia di vittime civili, fra cui decine di migliaia di minori – tutte cifre documentate dall’Onu, con le sue varie agenzie-: le bombe sul quartiere di Qaterji ad Aleppo cui Omran, ridotto a una maschera di polvere e sangue, è scampato, hanno ucciso altri cinque bambini, con tre adulti.

E, mentre l’immagine di Omran diventava virale, la galleria degli orrori del conflitto s’arricchiva delle testimonianze raccolte in un rapporto di Amnesty International sulle carceri governative, dove, dall’inizio del 2011, oltre 17.000 detenuti, quasi tutti oppositori del regime, sarebbero morti.

Cinque anni e mezzo, 66 mesi, durante i quali l’Amministrazione Obama ha spesso cambiato linea e alleato di riferimento, ma non è mai stata efficace nell’accelerare la fine del conflitto e la ricerca d’una soluzione politica. Anzi, gli Usa hanno lasciato un ruolo crescente nei conflitti mediorientali della Russia di Putin e non hanno stemperato le contraddizioni tra i loro alleati che, trincerandosi dietro la sagoma della lotta al terrorismo integralista, hanno perseguito ciascuno proprie priorità, spesso contraddittorie, dall’Arabia Saudita all’Iran, dalla Turchia all’Egitto.

All’inizio, la priorità era cacciare il presidente al-Assad, come stava avvenendo o era già avvenuto in Tunisia, Egitto, Libia. Gli Stati Uniti e i loro alleati armarono l’opposizione ad al-Assad, ma, così facendo, chi per insipienza, chi per disegno, finirono con l’armare l’integralismo, con la sigla locale di al-Nousra o con quella regionale del sedicente Stato islamico.

Nell’estate 2013, Obama tracciò una linea rossa: se al-Assad avesse usato le armi chimiche contro la sua gente, sarebbe stata guerra. Le armi chimiche vennero usate – come e da chi, con certezza non s’è mai saputo e, forse, non si saprà mai -. E a Obama, che di intervenire sul terreno non aveva nessuna voglia, le castagne dal fuoco le levò Putin, che convinse il presidente siriano a consegnare gli arsenali chimici alle Nazioni unite. Fu allora che la Russia divenne protagonista del conflitto.

Mentre la coalizione internazionale asimmetrica messa su da Washington tra Iraq e Siria continuava i raid aerei sulle postazioni jihadiste, senza per altro fermarne l’avanzata, contrastata con successo sul terreno solo dai curdi, i russi appoggiavano concretamente i lealisti contro gli jihadisti, certo, ma anche contro l’opposizione cosiddetta moderata, divisa al tavolo dei negoziati e imbelle sul terreno. Intorno, la Turchia combatteva al-Assad e i curdi più che le milizie del Califfo, l’Arabia saudita cercava di limitare l’influenza dell’Iran e viceversa. E gli Stati Uniti, la Super Potenza, non riuscivano a imporre una leadership politica, dopo avere rinunciato all’azione militare.

Non che fosse facile, o ci fosse una formula magica, ma il dato di fatto è questo. Si va avanti così, tra alternanze di posizioni – un esempio: prima Turchia contro Russia, adesso Turchia e Russia insieme -, trattative che ristagnano, bombe che cadono e tregue di 48 ore – spacciate per successi, se ci saranno.

Il 21 gennaio 2017, Obama, concluso il suo doppio mandato, lascerà la Casa Bianca. Quel giorno, al-Assad sarà ancora sl uo posto: il suo terzo settennato scade nel 2021, quando Omran sarà ormai un ragazzino, se le bombe che cadranno ancora o le onde del Mediterraneo lo risparmieranno.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+