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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/08/2016

Magari, adesso ne sappiamo un po’ di più del suo passato, stile ‘dimmi in che prigione sei stato e ti dirò chi sei’: se hai ‘frequentato’ le università dello jihadismo per antonomasia, come il carcere d’Abu Ghraib e Camp Bucca, e ne sei uscito con una patente di buona condotta, sei quasi destinato a essere Califfo, sia pure autoproclamato.

Ma di sicuro continuiamo a saperne ben poco del suo presente: che cosa faccia ora, dove sia, in che condizioni viva (se vive). Non abbiamo più notizie certe da oltre due anni di Ibrahim Awad Ibrahim al-Badry, alias Abu Bakr al-Baghdadi, Califfo del sedicente Stato islamico dal 29 giugno 2014: l’ultima sua immagine risale al 5 luglio 2014, una settimana dopo l’auto-proclamazione, quando tenne una concione nella Grande Moschea al-Nuri di Mosul, città da poco presa dalle sue milizie.

Da allora, l’integralista terrorista che era stato combattente contro l’occupazione americana e aveva poi guidato al Qaida in Iraq prima di affrancarsene e creare la sua propria rete è stato dato più volte per ferito o addirittura ucciso, sotto i bombardamenti o in scontri armati, ma l’intelligence Usa non ha mai avallato tali informazioni. C’è chi l’ha segnalato a Sirte, quand’era una roccaforte jihadista in Libia, a Raqqa in Siria, a Mosul o altrove in Iraq. Ma nessuna notizia è sicura.

Che al Baghdadi avesse perfezionato l’odio verso gli Stati Uniti nelle prigioni americane in Iraq era già noto. Il sito The Intercept di Gleen Greenwald, ex reporter del Guardian e partner della talpa dell’Nsagate Edward Snowden, nel diffondere le intercettazioni di massa dei servizi americani, ha ora rivelato qualche dettaglio supplementare, citando fonti dell’Esercito Usa.

Risulta che il futuro Califfo fu detenuto ad Abu Ghraib, una trentina di chilometri a sud di Baghdad, dal 4 febbraio 2004, quando fu catturato a Falluja, uno dei focolai dell’insurrezione, al 13 ottobre. Poi venne trasferito a Camp Bucca, nel sud dell’Iraq, vicino a Bassora: lì restò appena due mesi, dal 14 ottobre al 9 dicembre, quando venne rilasciato, dopo che una indagine di un Comitato congiunto ne raccomandò la “liberazione incondizionata”, giudicandolo una figura di basso profilo.

Una circostanza talmente improbabile da alimentare nel tempo teorie del complotto d’ogni genere. Fino a qualche tempo fa, si credeva che al-Baghdadi fosse stato detenuto fino al 2009. Poi si seppe che la sua prigionia era durata appena 10 mesi: il percorso carcerario del futuro Califfo non è certo al 100 %, ma la ricostruzione di The Intercept appare compatibile con i documenti disponibili.

Il detenuto Ibrahim Awad Ibrahim al-Badry è identificato dalla matricola US91Z-157811CI: le cifre 157 stanno per il carcere di Abu Ghraib, ha riconisciuto un portavoce dell’Esercito, Troy Rolan; ma i documenti di al-Badry non citano mai esplicitamente la ‘prigione della vergogna’.

Abu Ghraib è l’inferno dove secondini Usa umiliavano e torturavano prigionieri, aizzando loro contro i cani, tenendoli al guinzaglio, accatastandoli nudi, sottoponendoli a scosse elettriche: le immagini di quelle abiezioni cominciarono a fare comprendere agli americani la coscienza quanto l’invasione dell’Iraq fosse sbagliata e foriera di altri terrori.

E’ impossibile dire quanto l’esperienza ad Abu Ghraib abbia influito su al Baghdadi. Ma è certo che quel carcere, oggi dismesso, ha contribuito a radicalizzare molti iracheni.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+