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Agosto non è finito così bene com’era cominciato, per Hillary Clinton, il cui vantaggio nei sondaggi è andato riducendosi nell’ultima decade del mese e si sarebbe assottigliato a due punti. Ma agosto è stato comunque il mese record per la raccolta fondi dell’ex first lady: circa 143 i milioni di dollari finiti nelle casse della campagna, di cui 81 tramite il partito democratico.

I dati di confronto con Trump non sono ancora disponibili, né le raccolte delle due campagne sono proprio confrontabili, perché il magnate affonda a piene mani nella propria fortuna. E’ invece possibile fare un confronto con la campagna 2012 di Barack Obama, che quattro anni fa ad agosto totalizzò 97 milioni, di cui solo 13 tramite il partito.

Il record della Clinton è anche frutto del ritmo intenso di ricevimenti esclusivi per raccogliere fondi: i più recenti tra le star di Hollywood e i manager della Silicon Valley: gala in California sono stati organizzati da Tim Cook, ceo di Apple, con adesioni che andavano a 2.700 a 50 mila dollari, e pure dalla leggenda del basket Earvin Magic Johnson e da Justin Timberlake e Jessica Biel. Cook non ha mai nascosto l’avversione per Trump, ma ha invece promosso una raccolta di fondi per Paul Ryan, lo speaker della Camera, leader repubblicano non allineato con il magnate.

Da queste attività, Hillary ricava vantaggi politici, oltre che finanziari. Per la prima volta nella sua storia ultra-centenaria, la Guild, cioè l’Unione, che negli Usa rappresenta attori e manager teatrali (oltre 50 mila aderenti) ha deciso di dare il proprio endorsement a un candidato alla Casa Bianca, proprio a lei.

Tutto ciò, però, non migliora la popolarità di Hillary. Anzi, essa ha toccato, secondo un sondaggio Washinton Post/Abc, il minimo storico: l’ex first lady piace al 41% degli americani, ma non piace al 56%, peggio che a giugno, quando aveva già stabilito il suo record di impopolarità al 55%.
Intanto, la missione elettorale in Messico di Donald Trump e l’incontro col presidente Pena Nieto, oltre che il successivo discorso in Arizona sull’immigrazione, non hanno sortito l’effetto desiderato.

Alfonso Aguilar, leader del gruppo ispanico conservatore Latino Partnership for Conservative, gli ha tolto il suo sostegno, deluso dal discorso di Phoenix, specie per la conferma della deportazione degli immigrati irregolari con precedenti penali: “Sono totalmente deluso, non sorpreso, ma deluso. E mi sento raggirato, perché fino all’ultimo momento era stata data l’impressione di un cambio d’atteggiamento sul tema”.

Evidentemente, Trump ha più paura di perdere i voti dei bianchi che speranze di conquistare quelli degli ispanici. Anche i voti dei neri, per altro sollecitati in modo maldestro, sono un miraggio, se Spike Lee, il regista afro-americano, è sicuro che il magnate non conquisterà l’elettorato di colore e dice alla Cnn che “a Trump non importa niente di nessuno, pensa solo a se stesso”.

Secondo il Washington Post, Trump non fa neppure breccia fra i cattolici, che sono circa un decimo dell’elettorato: lì, sarebbe in caduta libera, mentre in cinque delle ultime dieci elezioni presidenziali i cattolici hanno votato in maggioranza repubblicano (e Mitt Romney nel 2012 ebbe il 48% dei voti dei cattolici). Il giornale non attribuisce ciò al fatto che Tim Kaine, il vice di Hillary, è cattolico.

Per invertire le tendenze non positive. Trump ha lanciato una campagna di spot da 10 milioni, specie negli Stati in bilico, Ohio, Iowa, Pennsylvania, Virginia, Florida, Colorado, Nevada, affidandosi a un messaggio positivo, le opportunità economiche che la sua presidenza offrirebbe. (fonti vv – gp)

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+