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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/08/2016

In patria, sono uomini forti e autoritari, interpreti d’una versione muscolare (e poco benevola verso opposizioni e stampa libera) della democrazia elettiva. Sulla scena internazionale, sono dei paria: nonostante guidino potenze di peso l’una globale e l’altra regionale, hanno pochi interlocutori e meno amici di cui davvero fidarsi. Così, i presidenti russo Putin e turco Erdogan, i cui rapporti erano tesissimi a fine 2015, dopo l’abbattimento d’un aereo russo da parte della caccia turca, si ritrovano “sulla stessa barca” e decidono di ridurre le tensioni e di rinnovare l’amicizia (sincera o solo di comodo e di facciata, poco ora conta).

E’ l’analisi di al Jazira sull’incontro a san Pietroburgo tra i due leader, mentre il Financial Times registra, piuttosto, lo sconcerto di americani ed europei perché Erdogan sceglie la Russia, e non invece un Paese della Nato o dell’Ue, come meta della sua prima missione all’estero dopo il colpo di stato fallito a luglio.

Il Sukoi abbattuto da due F16 diventa di colpo storia, una storia chiusa. Putin ed Erdogan si fanno da spalla l’un l’altro, il primo non riuscendo a rompere il fronte delle sanzioni dell’Occidente sull’Ucraina e a conquistare la fiducia di Obama nei conflitti mediorientale, dove pure ha un ruolo da protagonista; il secondo in rotta con Usa e Ue, che addita a corresponsabili del golpe, e ansioso di rompere – con la Russia e con Israele, cavalli di ritorno – un isolamento frutto di scelte all’interno autoritarie e all’esterno contraddittorie.

Uno dei terreni d’intesa a San Pietroburgo è l’energia: i lavori per il primo tratto del Turkish Stream, il gasdotto che unirà Russia e Turchia, saranno terminati nella seconda metà del 2019, annuncia durante il vertice il ministro dell’Energia russo Novak, ammettendo, però, che, “senza le garanzie dell’Ue, si può trattare solo la prima parte del metanodotto”. E Mosca è pure pronta a rilanciare le forniture alla Turchia, offrendo ad Ankara uno sconto sul gas.

L’incontro tra lo zar e il sultano non ha nulla di spontaneo. Putin saluta così l’ospite: “La tua visita oggi, nonostante una situazione politica molto difficile nel tuo Paese, dimostra che tutti noi vogliamo riprendere il dialogo e ristabilire le relazioni tra Russia e Turchia”. Il capo del Cremlino, poi, auspica che “sotto la tua leadership siano ristabiliti la legge e l’ordine costituzionale in Turchia” dopo il tentato golpe del 15 luglio.

“Nella nostra regione, ci si aspetta molto dalla Turchia e dalla Russia. Io credo che insieme contribuiremo alla soluzione di numerosi problemi”, risponde il presidente turco, che ringrazia Putin dell’ “opportunità di incontrarlo” prima del vertice del G20, in programma il 4 al 5 settembre ad Hangzhou, in Cina.

Erdogan ribadisce l’apprezzamento per il sostegno avuto dal Cremlino in occasione del fallito golpe e riafferma l’intenzione di “rafforzare la democrazia” in patria – letto con ironia, questo è forse l’elemento di maggiore sintonia tra i due autocrati -. Che decidono di “ripristinare i rapporti”, congelati dopo la vicenda dell’aereo, tra i due Paesi, a cominciare dalla cooperazione che, osserva Putin, “non s’è mai interrotta” del tutto: saranno così revocate progressivamente le sanzioni imposte da Mosca ad Ankara in seguito all’abbattimento del caccia russo e saranno ripristinati i voli charter.

Come esempi della rinnovata volontà di collaborare, Putin cita il nucleare e le infrastrutture, oltre all’energia, “elemento chiave” a livello bilaterale. “L’amicizia” tra i due Paesi, rilanciato Erdogan, “sarà ancora più forte di quanto non fosse prima”. E l’impegno sarà comune anche nella lotta contro il terrorismo: impossibile dire quanto ciascuno creda fino in fondo all’altro, ma la scena è idilliaca.

Prima di arrivare a San Pietroburgo il presidente turco aveva avvertito gli Stati Uniti di non mettere a rischio i rapporti con Ankara per proteggere Fethullah Gulen, il predicatore che vive Pennsylvania e che Erdogan addita come regista del fallito golpe. “Se gli Usa non ci danno Gulen – è la linea della Turchia, che ne chiede l’estradizione -, sacrificheranno le nostre  relazioni in nome d’un terrorista”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+