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Scritto per Il Fatto Quotidiano dell’11/08/2016

Allora, funziona. La guerra di soppiatto condotta in Libia da forze speciali britanniche, francesi e italiane, a sostegno dei raid aerei Usa e dell’avanzata sul terreno delle forze fedeli al governo d’unità nazionale guidato dal premier Fayez al-Serraj, dà i suoi frutti: i lealisti hanno conquistato ieri il quartier generale a Sirte del sedicente Stato islamico, il mega palazzo Ouagadougou, dopo avere preso l’università della città, roccaforte in Libia degli jihadisti.

Secondo quanto riferiscono fonti di Misurata, le unità dell’operazione ‘Al-Bunyan Al-Marsoos’ hanno preso il controllo dell’intero campus, dopo “violenti scontri” con i miliziani del Califfo, mentre fonti degli jihadisti rivendicano l’abbattimento di un caccia libico – morto il pilota -.

C’è affollamento in questi giorni nei cieli libici, dove i caccia-bombardieri Usa hanno compiuto 28 raid meno di dieci giorni, una media di tre al giorno: è l’ultimo aggiornamento dell’operazione Odyssey Lightning pubblicato dal comando militare Usa per l’Africa (Africom). I raid sono fatti da AV-8B Harrier decollati dalla nave d’assalto anfibia Uss Wasp nel Mar Mediterraneo.

La giornata è stata tutta un susseguirsi di notizie e smentite – parziali – sulla presenza e l’attività in Libia di decine di uomini delle forze speciali italiane: i militari svolgono compiti di formazione dei lealisti a Tripoli – le forze regolari -, Misurata – le milizie locali – e a Bengasi.

Il generale Mohamed el Ghasri delle forze libiche impegnate nell’offensiva anti-jihadisti ha “categoricamente sementito” che forze speciali italiane abbiano a Sirte “compiti di sminamento”. “Siamo però favorevoli – ha aggiunto il generale al Ghasri – ad ogni tipo di aiuto da parte dell’Italia”.

Ma, compiti di sminamento a parte, la notizia della presenza in Libia di forze speciali italiane veniva poi confermata da fonti istituzionali italiane: i militari operano “alle dirette dipendenze” della presidenza del Consiglio. Il presidente del Copasir, il comitato parlamentare competente, Giacomo Stucchi definiva, a sua volta, “inesatta” l’indicazione che Palazzo Chigi abbia già informato della situazione il Parlamento con un documento trasmesso la settimana scorsa.

L’informativa, redatta dal Cofs (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali) e classificata ‘segreta’, si rifà a una normativa approvata a novembre dal Parlamento, che consente alla Presidenza del Consiglio d’autorizzare le forze speciali italiane a effettuare missioni all’estero, inquadrandole sotto la catena di comando dell’intelligence. In tal modo, la loro attività è ancora più tutelata dalla riservatezza e gode di tutte una serie di garanzie, compresa l’immunità.

Sarebbe dunque questa la formula con cui l’Italia ha mandato in Libia suoi militari: ufficialmente, per proteggere gli agenti dell’intelligence impegnati sul campo e per addestrare i lealisti; ma forse pure con ruoli operativi, nell’avanzata apparentemente vittoriosa dei regolari verso Sirte.

Una situazione, comunque, ben diversa da quella finora descritta dal Governo sia al Parlamento che alla stampa. Anche se c’è chi arzigogola che l’Italia non è ‘tecnicamente’ in guerra In Libia, perché le missioni in corso sono limitate nel tempo e partono da basi in Italia e perché i commando del 9° Reggimento Col Moschin, del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica militare e del Gruppo di Intervento speciale dei Carabinieri (e le forze di supporto aereo e navale) non rispondono alla catena di comando della coalizione di oltre trenta Paesi che appoggiano il governo al Serraj, da cui è partita la richiesta d’aiuto e d’azione, ma direttamente all’Esecutivo italiano.

L’Italia, come Usa, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna, è preoccupata per la situazione in cui si trova il terminal petrolifero di Zuetina, sotto attacco di fazioni rivali che ne minacciano l’attività. In un documento congiunto, i sei Paesi chiedono che il controllo di tutte le installazioni petrolifere libiche passi nelle mani del Governo di Unità nazionale, “senza condizioni, riserve, rinvii”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+