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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/07/2016

Caduta, o presa, o liberata, Sirte, gli jihadisti in Libia sono in rotta e sconfitti. E la cacciata dei miliziani del sedicente Stato islamico, che è una cosa di per sé positiva, innesca problemi in cascata. Sul fronte della sicurezza, gli integralisti non sono stati annientati, almeno confrontando le stime delle loro forze e delle loro perdite – cifre la cui attendibilità è aleatoria -: centinaia, se non migliaia, di soldati del Califfo sarebbero riusciti a sottrarsi alla morsa dell’offensiva dei lealisti e alla battaglia casa per casa nella città di Gheddafi. Sul fronte interno, viene meno il collante che l’obiettivo di cacciare gli jihadisti da Sirte rappresentava per le fazioni libiche.

Gli sviluppi libici si inseriscono uno scenario internazionale che, dalla Siria al Nord Africa via l’Iraq, vede inasprirsi la lotta all’autoproclamato Califfato, sulla difensiva su tutti i fronti, contro i curdi, o contro i lealisti siriani appoggiati dai russi, o i regolari iracheni sostenuti dalle milizie iraniane. In parallelo, si moltiplicano gli attacchi terroristici, riconducibili all’Is o che l’Is si attribuisce.

L’inviato per la Libia delle Nazioni Unite Martin Kobler, artefice ultimo dell’intesa posticcia su cui si basa il governo di unità nazionale del premier al Serraj avverte, in un’intervista a un giornale svizzero, la Neue Zercher Zeitung, che il “sostegno all’esecutivo in Libia si sta sgretolando a causa delle crescenti difficoltà nel Paese”: “Il governo –osserva lucidamente il diplomatico tedesco – impone difficilmente la sua autorità in un paese con profonde rivalità politiche e militari”, dove il Parlamento eletto che siede a Tobruk non ha ancora dato il suo avallo al premier insediato dalla comunità internazionale e dove le milizie – quelle di Misurata e le altre -, una volta eliminato il pericolo jihadista, possono progettare di tornare a essere autonome.

I raid aerei Usa in Libia e in particolare a Sirte, in atto da due settimane, hanno accelerato l’offensiva anti-integralisti, ma – avverte Kobler – “non bastano a sconfiggerli: la lotta deve essere condotta dai libici e realizzata con truppe di terra”. Discorso che vale pure altrove, tra Siria e Iraq.

Inoltre, la moltiplicazione dei blackout energetici e la svalutazione della moneta locale, che penalizza le importazioni di beni di prima necessità, creano malumori nella popolazione e incidono, dunque, sulla popolarità del governo al Serraj, anche se esso, a giudizio dell’inviato dell’Onu, non ha alternative valide. Di qui, l’invito a sostenerlo rivolto ancora una volta a tutte le fazioni libiche.

La fragilità dell’esecutivo di unità nazionale non è solo interna. L’appoggio internazionale è meno compatto di quanto appaia nelle dichiarazioni ufficiali: l’Egitto, la cui influenza e presenza in Libia è forte, è vicino al Parlamento di Tobruk e alle forze del generale Haftar, che ne sono in qualche misura il braccio armato (ma che lo tengono pure in pugno); e pure la Francia ha legami con Tobruk. I suoi commando, del resto, operano a Bengasi, dove sono le unità di Haftar.

Venuto meno il collante anti-jihadista, c’è il rischio che si torni in Libia al tutti contro tutti. E che i Paesi presenti sul terreno con proprie forze speciali – oltre alla Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia -, vi restino impaniati.

Del resto, tutti sono lì perché hanno interessi da difendere, al di là della lotta al terrorismo: non è casuale che l’avanzata dei lealisti a Sirte sia stata parallela a progressi nel ripristino delle attività energetiche libiche, estrattive e di esportazione.

L’Italia, che ha annunciato la riapertura dell’ambasciata e la nomina d’un ambasciatore,  forse più degli altri, a prescindere dal passato coloniale: la dipendenza energetica, l’intreccio degli affari; e pure la questione dei migranti, poiché quasi tutti i barconi diretti verso le coste italiane partono, attualmente, da quelle libiche. Con i suoi corollari umanitari, di gestione e di sicurezza.

C’è pure la sensazione d’una relativa complicità tra le intelligence italiana e libica, quale che sia la sostanza e l’affidabilità di quest’ultima. Le voci di documenti dell’Is in Libia che ne suggeriscono presenze in Italia e mire sull’Italia sono funzionali alla richiesta di più uomini e mezzi per garantire una sicurezza ulteriormente minacciata dal rischio che miliziani in fuga aspiranti terroristi arrivino in Europa sui barconi dei migranti. Un’ipotesi che fino a ieri appariva altamente improbabile acquista forza, se non credibilità.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+