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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/07/2016

Passata la grande paura, ammesso che la paura sia stata reale, per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è l’ora della conta – ed anche della resa dei conti -: il colpo di Stato fallito si rivela un setaccio per separare il grano dal loglio, gli amici dai nemici. Supera l’esame chi s’è schierato subito per le istituzioni democratiche; finisce all’indice chi è stato zitto, come se stesse alla finestra a vedere che cosa succedeva, chi vinceva.

Adesso, il presidente Erdogan sa quali sono gli interlocutori internazionali cui può dare fiducia e quelli di cui non fidarsi. Sempre che il concetto di fiducia abbia qualche significato per un leader che, da quando è al potere, cioè da 13 anni, ha fatto pace e ha litigato – e poi ha magari rifatto pace e rilitigato – un po’ con tutti i vicini e i partner; e per un Paese che nella lotta a terrorismo è maestro di doppiogiochismo e di ambiguità e che tutto legge e interpreta in chiave di consolidamento e rafforzamento del potere interno (e soprattutto di indebolimento e denuncia degli avversari interni, che siano politici o etnici).

D’altro canto, fallito il golpe, i suoi interlocutori internazionali, alleati o antagonisti che siano, sanno che ormai Erdogan se lo dovranno tenere: il presidente esce dalla prova, ché prova c’è stata, più forte e più in sella di prima e potrà forse provare a fare la riforma presidenziale che fin qui non pareva a portata di mano.

In Turchia, la situazione è sotto controllo, assicura il premier Binal Yildirim, facendo un bilancio comunque tragico: 161 le vittime, oltre a 104 golpisti; 1.440 i feriti; 2839 i militari arrestati,  almeno cinque i generali cacciati. Erdogan avverte: “I responsabili pagheranno duramente”. Ed il repulisti è già cominciato: 2745 i giudici rimossi, mentre il governo valuta la pena di morte per chi ha ordito e attuato il colpo fallito.

Le reazioni internazionali non possono soddisfare del tutto Erdogan: inizialmente caute o addirittura tardive, la Casa Bianca, l’Unione europea e le cancellerie nazionali hanno espresso il loro sostegno “alle istituzioni democratiche in Turchia”, più che al presidente. Dichiarazioni che sono un segno dell’imbarazzo che Erdogan desta, con le scelte islamiste, la repressione della libertà di stampa e l’indifferenza ai diritti dell’uomo; e sono pure un paravento d’ipocrisia.

Basta pensare al trattamento fatto, solo tre anni or sono, al generale golpista Abd al-Fattah al-Sisi, riconosciuto presidente dell’Egitto dopo avere rovesciato il presidente democraticamente eletto Mohammad Morsi e da allora trattato coi guanti – l’Italia sarebbe ancora in prima fila a corteggiarlo e ad applaudirlo, se non ci fosse stato il caso Regeni -. E gli stessi militari turchi sono venuti buoni a tre riprese, tra il 1960 e il 1981, in altri contesti interni e internazionali.

Nei confronti della Turchia di Erdogan, l’Italia di Renzi corre allineata e coperta, stando in scia dietro le sagome di chi tira il gruppo, gli Stati Uniti e la Germania . Il premier esprime “sollievo” perché “prevalgono la stabilità e le istituzioni democratiche”. Il ministro degli Esteri Gentiloni sente il collega Davutoglu, che gli dice “E’ prevalsa la mobilitazione popolare”. A cose fatte, il sostegno a Erdogan arriva dagli Usa e dall’Ue e da ciascuno dei 28, dai di nuovo amici Russia e Israele, dall’Egitto e da gran parte del mondo musulmano.

Ma ci sono pure moniti: il presidente Obama dice a Erdogan che bisogna “agire rispettando lo stato di diritto ed evitando azioni che potrebbero portare a ulteriori violenze”. E Federica Mogherini auspica, a nome dell’Ue, che la Turchia ritrovi stabilità e “fermi la spirale di violenza”; e aggiunge che, contro il terrorismo, “serve una risposta globale, non muscolare”.

Superata l’emozione è però improbabile che il fallito colpo acceleri il negoziato di adesione all’Ue: se nessuno può augurarsi che Erdogan sia rovesciato da un’insurrezione militare, nessuno può negare i limiti del regime. E l’accordo con Ankara per la gestione dei migranti – soldi in cambio d’una violazione concordata dei diritti umani – resta un peso sulle coscienze dei leader europei.

A colpo fallito, il presidente turco si prende anche il lusso di alzare la tensione con Washington: accusa Fethullah Gulen, un leader religioso di 75 anni che vive in esilio negli Stati Uniti, e dice “Chi lo ospita è nostro nemico”. Il segretario di Stato John Kerry replica: “Dateci le prove”. Se non ci sono, fabbricarle potrebbe non essere un problema. Ma, forse, Erdogan non tirerà la corda: può fare giri di valzer con Putin e con Netanyahu, può ammiccare ad Assad e al Califfo, ma non può lasciare a fare tappezzeria l’America, che sia di Obama o di altri.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+