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Due pezzi scritti per Il Fatto Quotidiano del 12/07/2016

Il presidente Barack Obama sarà oggi a Dallas, 80 ore dopo la strage di cinque poliziotti uccisi, venerdì notte, da un killer nero. La tensione è come una cappa di piombo sulla città del Texas teatro, quasi 53 anni or sono, il 22 novembre 1963, dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

La vigilia della visita di Obama non è assolutamente paragonabile a quella della visita di Kennedy, soltasi in un clima di scampagnata – e finita in tragedia -. Allora, nessuno s’immaginava quel che poteva succedere (e che sarebbe successo): quella di JFK era una missione dettata da beghe interne al partito democratico che, nel Sud, non era convinto delle scelte anti-secessioniste del presidente giovane, ricco e liberal che veniva dal New England. Le misure di sicurezza erano minime: l’auto, una berlina, scoperta; l’andatura del corteo lenta, da bagno di folla; il percorso esposto.

Questa volta, è tutto diverso. E non solo perché l’intelligence e il Secret Service hanno imparato quella ed altre lezioni – come l’attentato a Reagan a Washington nel 1981 -: corteo blindato, velocità sostenuta, migliaia di agenti mobilitati, controlli lungo il percorso ed elicotteri in cerchio per intercettare cecchini sui tetti.

Dallas, e l’America, sono all’incrocio tra la rabbia e il dolore: sentimenti che convivono, tra i neri e i bianchi; un cocktail di esasperazioni cui la politica responsabile cerca di dare risposte lenitive e positive, mentre il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump tira fuori, in polemica con Obama e con la sua rivale Hillary Clinton, propositi incendiari: “Il Paese è diviso”, dice; e ne profitta per un attacco politico: “Guardate che cosa accade al nostro Paese sotto la debole leadership di Obama e di gente come la corrotta Hillary Clinton”.

Il magnate rompe su twitter la ‘tregua’ elettorale non dichiarata ma fin qui rispettata dopo la strage di Dallas; e accusa il presidente di vivere “in un mondo immaginario”. Ma le voci di neri che contano indirettamente lo zittiscono: star della musica e dello spettacolo come Dionne Warwick e Beyoncé condannano l’uccisione di poliziotti, ma sostengono la protesta dei neri: “Il razzismo – dice la Warwick – è il passato che torna”.

Obama e Hillary, invece, cercano di stemperare la rabbia e di elaborare il dolore in solidarietà: “Tutta l’America è indignata per la strage di poliziotti a Dallas – dice e ripete il presidente, tornando in patria dall’Europa -, tutte le etnie sono contro la strage, il killer di Dallas non rappresenta i neri”. E poi riconosce che, “nel nostro sistema giudiziario, afro-americani e ispanici sono ancora trattati in modo diverso”.

Nonostante le rassicurazioni del presidente, è innegabile che la strage ha ulteriormente acuito contrasti e divisioni tra bianchi e neri negli Stati Uniti. Rientrato ieri dalla Spagna, dopo aver accorciato la sua missione europea, Obama parteciperà ai funerali dei cinque poliziotti uccisi e assisterà alla cerimonia interreligiosa, su invito del sindaco Mike Rawlings, bianco, democratico.

Josh Earnest, portavoce della Casa Bianca, ha precisato che il presidente “prenderà la parola durante la cerimonia al Morton H. Meyerson Symphony Center”. Ci sarà pure il suo predecessore George W. Bush, texano e che vive in Texas, nel suo ranch di Crawford, e che, in questa circostanza, lascerà, con la moglie Laura, gli acquarelli e la bici. E ci sarà il vice di Obama Joe Biden,

A Dallas, la situazione non è tranquilla. Il capo della polizia David Brown contribuisce ad alzare l’allarme, rivelando, in conferenza stampa, che lui e la sua famiglia hanno avuto minacce di morte, dopo la strage di venerdì notte. E un altro capo della polizia ‘storico’, Rudolph Giuliani, un uomo da ‘law and order’, che guidò gli agenti di New York prima di ritrovarsi sindaco della Grande Mela l’11 Settembre 2001, dichiara che il movimento di protesta nero ‘Black lives matter’ è “razzista”.

Gli apparati di sicurezza sono stati rinforzati in tutta l’Unione, non solo a Dallas. A San Antonio, sempre in Texas, spari sono stati esplosi, senza fare vittime, contro la sede della polizia.

La scia di proteste e arresti – Una scia di proteste e di arresti attraversa tutta l’Unione, mentre ci si appresta a celebrare a Dallas la cerimonia funebre per i cinque poliziotti uccisi venerdì notte da un killer nero, Micah Johnson, che mirava a eliminare il maggior numero possibile di agenti bianchi – ne ha feriti altri 7 -, un atto di vendetta per i due neri ammazzati da poliziotti in Louisiana e Minnesota.

Jackson, che i familiari descrivono trasformato, dopo una missione in Afghanistan da marine, stava preparando altri attacchi, pure dinamitardi: a casa sua, sono stati trovati piani d’azione ed esplosivi.

Mentre era asserragliato nell’edificio El Centro di Dallas, dove poi è stato ucciso da un robot, Johnson ha scritto sul muro con il suo sangue due lettere misteriose, “R.B”: gli investigatori stanno ancora cercando di scoprire che cosa significhino – potrebbero essere l’indizio d’una minaccia; oppure, un messaggio trasmesso a eventuali complici -.

In attesa dei funerali di oggi, le manifestazioni di afro-americani sono giunte alla quinta notte consecutiva: il bilancio è di centinaia di fermati – oltre duecento solo tra domenica e lunedì -. Anche se gli eventi in maggioranza sono pacifici, gli agenti, per frenare le proteste, ricorrono a idranti, lacrimogeni, spray urticati, pallottole di gomma.

I fronti più caldi sono in Minnesota e Louisiana. A Saint Paul, dove mercoledì era stato ucciso Philando Castile, la manifestazione è degenerata in scontri, con il fermo di 102 persone che avevano, tra l’altro, occupato un’autostrada. Cinque poliziotti sono stati feriti dal lancio di petardi, bottiglie di vetro e mattoni da parte dei manifestanti che avevano forzato il cordone di sicurezza.

L’altro fronte caldo è a Baton Rouge, teatro dell’uccisione di Alton Sterling. Qui, oltre 100 persone sono state arrestate, tra cui l’ex candidato sindaco a Baltimora Deray McKesson, uno dei leader di ‘Black Lives Matter’.

Proteste anche a Detroit e a San Francisco dov’è stata bloccata la rampa del Bay Bridge. A Denver, gli attivisti hanno lanciato un sit-in di 135 ore, una per ogni nero ucciso dalla polizia quest’anno.   Manifestazioni si segnalano a Washington, New York – 74 arresti -, Chicago – qualche arresto -, Atlanta – una decina di arresti -, Miami, Fort Lauderdale, Fresno e molte altre località.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+