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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/06/2016

Un colpo al cerchio, forte, e un colpetto alla botte, ben assestato: la Corte Suprema degli Stati Uniti rimane in stallo sulla riforma dell’immigrazione del presidente Obama e la lascia di fatto incagliata nelle sentenze contrarie di alcune corti locali; ma dice sì alla discussa introduzione di quote razziali, una sorta di quote rosa per colore della pelle e appartenenza etnica, negli Atenei statali.

Il doppio verdetto entra nella campagna elettorale e il mancato avallo della riforma Obama, che apre un percorso verso la cittadinanza a milioni d’irregolari, va a vantaggio di Donald Trump, che propugna, invece, rimpatri di massa e muri per impedire l’ingresso nell’Unione.

A reagire negativamente, prima della Casa Bianca, è la rivale di Trump, la candidata democratica Hillary Clinton, che bolla come “inaccettabile” la mancata decisione della Corte Suprema. Obama, poi, denuncia “un colpo al cuore” alle speranze di milioni di immigrati e invita gli americani a non averne “paura”.

Canta, invece, vittoria lo speaker della Camera, e massimo esponente repubblicano, Paul Ryan: “E’ il Congresso che fa le leggi, non il presidente. La Corte Suprema ha ribadito questo principio fondamentale”.

Ryan non condivide le posizioni di Trump sull’immigrazione, che alienano ai repubblicani il voto degli ispanici, ma neppure l’approccio morbido dell’Amministrazione democratica. E il principio cui si richiama può applicarsi anche ai controlli sulle vendite delle armi introdotti da Obama con i propri poteri esecutivi.

Sulla riforma dell’immigrazione, i giudici supremi si sono divisi a metà: quattro a favore e quattro contro. Ma se il collegio fosse stato al completo, con il giudice ultra-conservatore d’origine italiana Antonin Scalia, scomparso improvvisamente a marzo, sarebbe andata pure peggio, perché la Corte si sarebbe pronunciata contro.

In assenza di una maggioranza, la riforma di Obama rimane bloccata, ma non è bocciata. Valgono, però, le sentenze contrarie espresse da corti d’appello statali sulla base dell’asserto che il presidente è andato oltre i poteri attribuitigli dalla Costituzione.

Nell’attesa che la Corte Suprema ritrovi il suo assetto completo, lo stallo rappresenta una sconfitta per Obama, ma soprattutto una tegola per milioni di irregolari, che speravano di vedersi riconoscere il diritto di lavorare e vivere legalmente negli Stati Uniti.

Il Senato a maggioranza repubblicana tiene per il momento bloccata la nomina del nono giudice proposto da Obama: il calcolo è di attendere l’esito delle elezioni presidenziali dell’8 Novembre. Se vincerà Trump, i repubblicani attenderanno che sia lui a designare il nono giudice; se vincerà Hillary, s’affretteranno ad avallare la proposta di Obama, paventandone una più liberal da parte dell’ex first lady.

Quasi a bilanciare lo stallo sull’immigrazione, i giudici supremi hanno detto sì alle quote razziali nelle Università statali, respingendo il ricorso contro una legge del Texas che include la razza fra i criteri d’ammissione all’Ateneo statale, la University of Texas. Si tratta di norme per garantire alle minoranze – dagli afroamericani agli ispanici agli asiatici, che, però, normalmente non ne hanno bisogno, essendo sempre i primi della classe – un equo accesso agli studi universitari.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+