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Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/06/2016 e riprodotto, poi, con integrazioni e modifiche, su www.GpNewsUsa2016.eu

Quando usciva, nel 2007, “Non è un Paese per vecchi”, film cult dei fratelli Cohen, gli Stati Uniti avevano un presidente di 61 anni che era stato eletto la prima volta a 54 anni, George W. Bush. E l’hanno dopo sarebbe arrivato alla Casa Bianca un ‘giovanotto’ di 47 anni, Barack Obama. L’età che aveva Bill Clinton quando fu eletto, mentre John Kennedy, il più giovane, ne aveva 44.

Ditelo ora a Hillary Clinton e a Donald Trump, che l’America non è un Paese per vecchi: la loro è la ‘corsa dei vecchietti’. I due sono la coppia di candidati alla Casa Bianca più anziana della storia. Nel giorno dell’Election Day, l’8novembre, lei avrà 69 anni (li compirà il 26 ottobre), mentre lui ne ha fatti 70 proprio ieri. E il terzo incomodo di queste primarie, il senatore Bernie Sanders, è il più vecchio di tutti, con i suoi 74 anni (ed è quello che più piace ai giovani).

Ci sono stati candidati più anziani: John McCain, nel 2008, aveva 72 anni – fu battuto da Obama -; e Ronald Reagan, il più anziano presidente mai eletto, ne aveva 73 all’inizio del secondo mandato, nel 1984. Ma qui stiamo parlando di un primato di coppia.

Solo in tre casi, come ricorda The Hill, la media dei candidati presidenziali toccò i 64 anni: nel 1848 – l’eletto, Zachary Taylor, morì l’anno dopo -, nel 1980 e nel 1984 – c’era sempre Reagan di mezzo -. Mai s’era toccata quota 69,5, l’età media del duo Clinton-Trump. Ma i tempi cambiano e i 70enni di oggi sono i 60enni di ieri.

Se eletto, Trump sarà il presidente più anziano di sempre a fare il primo ingresso alla Casa Bianca. Ma lui non ci tiene a sbandierare il primato: un po’ per scaramanzia, un po’ perché nessuno vuole apparire vecchio. Tre giorni fa, a Tampa, in Florida, i suoi fan gli hanno intonato “Happy birthday”: lui ha sorriso e s’è schermito, “Non voglio sentirne parlare … Mi sento come se avessi 35 anni…”. Festa in sordina, dunque; del resto, non c’è il clima per festeggiare nell’America ancora sotto shock per la strage di Milwaukee.

Il presidente Obama torna a invocare regole che rendano “più difficile l’accesso alle armi” per chi vuole uccidere americani: “Non possiamo prevenire ogni tragedia, ma ci sono regole di buon senso compatibili con il secondo emendamento”, dice. E spiega: “Se uno non può salire su un aereo, non può acquistare un’arma”. L’idea, riproposta pure dal New York Times, è di creare una ‘no buy list’ proprio come c’è una ‘no fly list’: ci finirebbero dentro sospettati di terrorismo e psicolabili, violenti e instabili.

Il NYT definisce la violenza delle armi da fuoco in America un’epidemia, un’emergenza nazionale che provoca 27 morti al giorno. Il giornale si scaglia contro l’ “inazione senza scuse della politica”, invitando a votare per la Casa Bianca “chi è preparato per affrontare questa crisi e a respingere quelli che la tollerano”: cioè per Hillary e non per Donald.

Nella ‘no buy list’ ci sarebbe stato dentro, a pieno titolo, il killer di Orlando, Omar Mateen, di cui ora l’ex moglie Sitora Yusufiy, che un po’ ci marcia con l’improvvisa visibilità, racconta che era gay. Testimoni riferiscono di averlo visto più volte in locali per omosessuali. La moglie attuale, invece, Noor Mateen, è indagata: forse sapeva dei piani del marito, lo aveva accompagnato a fare sopralluoghi al Pulse, a comprare le munizioni; ora, collabora con gli inquirenti.

E mentre la lobby delle armi organizza sabba a difesa del II emendamento della Costituzione Usa, l’alto commissariato dell’Onu esorta gli Usa a introdurre controlli sulla vendita delle armi: “Quanti altri massacri ancora?”, si chiede. Già due in più dopo Orlando: lunedì, nel New Mexico, un uomo ha ucciso a colpi di pistola la moglie e 4 figli; ieri, c’è stata una sparatoria ad Amarillo in Texas; e fanno 178 dal 1° gennaio, calcola Hrw, una al giorno.

Obama, che sarà domani a Orlando, ribadisce che non c’è prova di complotto. E Hillary bolla come vergognose le accuse di Trump a lei e al presidente, di essere “dalla parte dei terroristi”: “parole che non appartengono a un candidato alla presidenza degli Stati Uniti”.

Che, per contrappasso, viene messo in imbarazzo da una sorta di ‘emailgate’ aziendale: Usa Today rivela che molte sue aziende hanno per molto tempo cancellato le proprie email, forse per eliminare informazioni compromettenti. Quando nel 2006 un giudice ordinò ai casinò del magnate di fornirgli la posta elettronica di vari anni, si sentì rispondere che la Trump Organization cancella le mail ogni giorno e non ne ha traccia fino al 2001.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+