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Ma davvero Omar Sediq Mateen era un soldato del Califfo?, o un terrorista di al Qaida? Quel ragazzo che – dicono le foto e raccontano i testimoni – era un narcisista violento e instabile, che, se aveva un po’ di tempo, lo passava in palestra e non certo in moschea, che flirtava con la Jihad più per posa che per convinzione. L’interrogativo se lo pone pure l’Fbi, che non attribuisce soverchia importanza alle rivendicazioni sul web che seguitano a venire dal sedicente Stato islamico: avalli ed omaggi ex post all’azione di un musulmano che ha comunque ucciso una cinquantina di americani, più che prove d’un disegno preesistente.

E, infatti, il presidente Barack Obama, che convoca un consulto alla Casa Bianca, dice che non c’è nessuna certezza  che il killer dell’Orlando Pulse, la discoteca degli omosessuali teatro della mattanza, la peggiore con armi da fuoco mai compiuta sul territorio americano dalla Guerra Civile, sia stato guidato da integralisti stranieri e preferisce piuttosto parlare “d’integralismo di casa nostra”, come per la coppia radicale della strage di San Bernardino in California – quei due, però, marito e moglie, erano freschi d’America -.

E’ anche vero che l’Fbi ci va con i piedi di piombo prima d’ammettere di avere preso una cantonata da decine di morti: a più riprese, indagò Omar, senza trovare nulla da contestargli. Nel 2013, aveva pronunciato, parlando con colleghi, “frasi provocatorie su possibili legami con terroristi”; nel 2014, furono verificati i suoi rapporti con Moner Mohammad Abusalha, il primo americano a compiere un attacco suicida in Siria, originario dalla sua stessa città, Fort Pierce in Florida, e frequentatore della stessa moschea. Verifiche, interrogatori, senza che ne emergesse nulla di serio. Fino alla sconclusionata chiamata al 911, con dichiarazione di fedeltà allo Stato islamico annessa, fatta mentre scatenava la strage, in pieno Ramadan.

E’ questo l’andamento delle indagini, mentre emergono dettagli sull’assassino, di cui l’ex moglie ricorda bene la violenza ma non il fanatismo religioso – ma c’è chi lo dice assiduo alla preghiera e per due volte pellegrino alla Mecca-, e sulla sua famiglia. Il matrimonio, Omar l’aveva combinato online; e, dopo il divorzio, aveva avuto un bimbo da un’altra donna.

Il padre, Mir Seddiq, è un afghano impegnato nella vita politica del suo Paese: candidato alle elezioni, animatore del talk show ‘Durang Jirga’, sostenitore del nazionalismo pashtun, sognava la riunificazione “coi fratelli del Waziristan” in Pakistan sotto l’egida dei talebani.

Ma è stato proprio il padre, nel chiedere scusa per la strage, a indicare la pista omofoba: “Tempo fa, a Miami, due gay si erano baciati davanti al figlioletto di tre anni. L’episodio l’aveva molto disturbato”. E’ lì il movente?, o è un depistaggio? “Se fosse vivo – dice Mir – gli farei una sola domanda: ‘Perché lo hai fatto?’”.

Se il WSJ parla di “Jihad a Orlando”, il NYT s’interroga se la strage sia stata davvero compiuta “in nome del Califfo”. E altri media parlano di un’azione “ispirata” dal Califfo, ma non da lui organizzata. Mateen lavorava dal 2007 per una compagnia di sicurezza privata e faceva la guardia in un carcere minorile: per lui, con quel lavoro, era ancora più facile che per altri acquistare armi d’assalto come il famigerato fucile automatico AR-15 usato nella strage. Sulla sua auto, la polizia ha trovato un’altra arma.

Controllo delle armi ed atteggiamento verso la comunità islamica degli Stati Uniti sono due temi della campagna per la presidenza. Il primo, è un cavallo di battaglia di Hillary Clinton, che ora lo rilancia, forte delle tesi di Obama e con l’appoggio del suo rivale Bernie Sanders. Il secondo, lo scatena Donald Trump, che torna sull’idea di tenere al bando i musulmani.

Sulle armi, tutto resterà com’è: a 150 giorni dal voto presidenziale e politico, il Congresso non farà nulla. Sui musulmani, c’è il rischio d’innescare ritorsioni, come già avvenne dopo l’11 Settembre 2001.

La stampa, intanto, registra, un fenomeno finora sconosciuto, la corsa all’iscrizione alle liste elettorali dei cittadini americani di fede islamica: un gruppo minoritario, che restava spesso avulso dalla vita politica del proprio Paese, mostra l’intenzione di partecipare, sollecitato dalla prese di posizione anti-Islam di Trump. Anche i gay musulmani escono alla scoperto: dichiarano di esistere e piangono le vittime della follia di un musulmano omofobo. Intanto, dietro la crudezza delle cifre – 49 vittime, oltre 50 feriti –, emergono le storie di giovani vite distrutte, in gran parte di origine ispanica (la discoteca aveva organizzato la Noche Latina), alcuni forse colpiti dal fuoco amico degli agenti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+