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Smoke billows on the horizon as Iraqi military forces prepare for an offensive into Fallujah to retake the city from Islamic State militants in Iraq, Monday, May 30, 2016. A wave of bombings claimed by the Islamic State group targeted commercial areas in and around Baghdad on Monday, killing more than 20 people in attacks that came as Iraqi troops poised to recapture Fallujah. (AP Photo/Khalid Mohammed)

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/06/2016

Alle ‘madri di tutte le battaglie’ ci abbiamo ormai fatto l’abitudine, adesso che è quasi ricorrente fare la guerra in Iraq: 25 anni fa la prima volta, che fu legittima. Il diritto d’autore della formula, che si direbbe porti un po’ di iella – quando la usi, poi perdi -, spetta a Saddam Hussein, che la usò per mobilitare le sue forze e il suo popolo.

Di ‘madri di tutte le battaglie’, gli iracheni ne combatterono – e ne persero – nel 1991 contro l’allora ‘coalizione internazionale’; e, poi, di nuovo, dopo l’invasione del 2003, contro l’allora ‘coalizione dei volenterosi’. Ora, il sedicente Stato islamico dell’autoproclamato Califfato affronta scontri forse decisivi a Falluja e a Mosul, centri cruciali nella geografia bellica di quest’inizio di XXI Secolo.

A Falluja, l’esercito regolare iracheno e miliziani lealisti sciiti con inquadramento iraniano sono impegnati, con l’appoggio dell’aviazione Usa e alleata, a riprendere la città ai miliziani jihadisti, che vi oppongono accanita resistenza, dopo avere già perduto Tikrit e Ramadi. Al Jazira riferisce che gli attaccanti avrebbero subito nelle ultime ore perdite di uomini e mezzi, mentre gli integralisti organizzano sortite e contrattacchi, anche con l’uso di autobomba.

A Falluja, che aveva oltre 400 mila abitanti nel 2003, resterebbero, secondo alcune stime, 50 mila abitanti circa, fra i quali sarà difficile distinguere civili e miliziani: la città, che ha una storia biblica – era sede d’un’accademia ebraica in epoca babilonese –, è nota nel mondo musulmano per le sue 200 moschee” ed è uno dei luoghi di culto più importanti dell’islam sunnita.

Considerata dal comando americano nel 2003/’04 una irriducibile roccaforte degli insorti sunniti e della resistenza irachena, fu teatro di combattimenti urbani fra i più aspri e violenti del conflitto: 20% almeno delle abitazioni distrutte, 40% danneggiate, decine di moschee colpire, un numero mai precisato di vittime civili. Vi si combatté nella primavera del 2004 – operazione Vigilant Resolve -, un anno dopo il rovesciamento del regime di Saddam, e vi si combatté di nuovo in autunno, dall’inizio di novembre alla vigilia di Natale – operazione Phantom Fury – (ad accendere la scintilla furono l’uccisione in un’imboscata e lo scempio di quattro ‘contractors’ dell’agenzia Blackwater).

I militari americani e britannici, impegnati a riprendere il controllo della città con il supporto assolutamente inadeguato dei regolari iracheni mal addestrati e poco determinati, vanno qui incontro alle perdite maggiori di tutto il conflitto. L’utilizzo di ordigni al fosforo suscita polemiche e lascia, gfra i soldati e i civili, una striscia di morte e di malattie.

Per le sue caratteristiche etniche e religiose, Falluja, il 5 gennaio 2014, è fra le prime città irachene ad innalzare le bandiere nere dello Stato islamico: i miliziani non la prendono dall’esterno, ma vi sono già dentro e ne assumono il controllo in capo a sei giorni di scontri e oltre 60 morti. Ora, dopo 27 mesi, la battaglia di Falluja s’è riaccesa.

Poi, toccherà a Mosul, la capitale irachena del Califfato, l’antica Ninive, una città molto più grande – un milione e mezzo di abitanti – ed etnicamente e religiosamente  meno compatta di Falluja. Qui, nel luglio del 2014, il califfo al-Baghdadi apparve in un video – una predica in moschea : l’ultimo suo documento certificato -. E qui, il 22 luglio 2003, militari amerini della 101° Airborne Division, appoggiati da forze speciali, uccisero due figli superstiti e ribelli di Saddam Hussein, Uday e Qusai – con quest’ultimo, c’era il figlio, Mustafa, un ragazzo di 16 anni, rimasto pure ammazzato -. Qusai era una delle anime nere del regime iracheno, capo delle forze di sicurezza, comandante militare, un’aneddotica dell’orrore.

Allertati da un informatore iracheno, i soldati accerchiarono la casa di Mosul, dove i figli di Saddam s’erano asserragliati: con l’aiuto di elicotteri Apache e di un A-10, e dopo tre ore di combattimenti, ogni resistenza fu stroncata. In quel momento, il regime era stato abbattuto, l’ex dittatore era in fuga – sarebbe stato catturato solo a dicembre -, la resistenza pareva stroncata. E, invece, 13 anni dopo, siamo di nuovo a combattere negli stessi luoghi gli strascichi di quella guerra. E le condizioni tutt’intorno, dalla Siria alle tensioni acuite fra Iran e Arabia saudita, sono persino peggiori.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+