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Obama a Hiroshima

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/05/2016 3 ripreso da www.GpNewsUsa2016,eu

E’ un uomo più anziano della sua età, più pieno di pensieri che d’energia, quello che si china e “piange la morte di uomini, donne, bambini”, decine di migliaia d’innocenti in un colpo solo, “là dove il Mondo cambiò per sempre”. Barack Obama è il primo presidente degli Stati Uniti a recarsi in pellegrinaggio a Hiroshima, la città su cui, il 6 agosto 1945, 71 anni or sono, gli americani sganciarono la prima – e finora penultima – bomba atomica della storia.

Una visita contrita e mesta, ma senza scuse: gli Stati Uniti non avvertono la colpa di quell’atto, che, ai loro occhi, e non solo, risparmiò più vite umane di quante ne portò via; soprattutto, risparmiò migliaia, o decine di migliaia, di soldati americani. Tre generazioni dopo, il clima è ancora lo stesso di Manhattan, la serie tv ispirata al progetto dell’atomica: scienziati e militari lavorano con fervore quasi religioso a un ordigno che decida in fretta le sorti della guerra, ossessionati dalle perdite che, giorno dopo giorno, s’accumulano.

Breve, la visita di Obama a Hiroshima, al Memoriale della Pace, uno di quei luoghi dove s’avverte la precarietà e la fragilità dell’umanità intera, è intensa. Soprattutto quando il presidente, alto, distinto, vestito di scuro, abbraccia un signore anziano, con un abito grigio, che gli poggia la testa sul petto: Shigeaki Mori è un superstite e sembra quasi provarne ritegno.

Hiroshima è una tappa del doppio percorso che il presidente Obama sta facendo in questa lunga fine del suo doppio mandato alla Casa Bianca: da una parte, un viaggio nella riconciliazione con nemici di decenni, l’Iran prima, Cuba poi; e dall’altra, un viaggio nella memoria con i nemici d’un tempo più lontano, in Vietnam e ora in Giappone.

Ed è pure – osserva l’ambasciatore Carlo Trezza, un esperto di disarmo – un momento importante del cammino verso la riduzione delle armi nucleari: “L’obiettivo di giungere a un mondo senza atomiche costituì una priorità della campagna elettorale e trovò forti sostegni politici sia negli Usa che nel resto del mondo”. Ma poi la brutta piega della sicurezza internazionale e il peggioramento delle relazioni con la Russia hanno frenato il progetto.

E l’anno scorso non si realizzò l’idea di fare convergere a Hiroshima o Nagasaki i massimi leader politici e spirituali mondiali, nel 70° anniversario: un pellegrinaggio ora compiuto da Obama, solo, appena dopo essersi lasciato alle spalle i riti stanchi e ormai triti del Vertice G7. I leader dei Grandi del Mondo hanno espresso le loro preoccupazioni e fatto buoni propositi per la crescita economica ancora incerta da consolidare e per la sicurezza internazionale da rafforzare, promettendo impegno e cooperazione sui due fronti. E sono emersi timori per la futura governance globale: fonti europee considerano “un incubo” la prospettiva di un G7 nel 2017 “con Trump, la Le Pen e Grillo”.

A Hiroshima, il presidente americano è stato accolto dal premier giapponese, Shinzo Abe, portatore di germi di nazionalismo che creano disagio in Asia, e ha deposto una corona. Poi, ha parlato, come sa parlare lui quand’è ispirato: un discorso teso, emozionante, a tratti drammatico: l’uomo che ebbe il Nobel per la Pace e che ora sta cercando di meritarselo, il presidente che viene dal Pacifico e che qui è più a casa che sull’Atlantico, ha ricordato che quel giorno “la morte arrivò dall’alto”, quando “la figura di un fungo prese forma levandosi verso questo cielo: immaginiamo di sentire il terrore dei bambini, di ascoltare un pianto silenzioso … le voci dei caduti ci parlano”.

Da ieri a oggi: “La memoria del 6 agosto non svanirà mai … Quel ricordo ci permette d’immaginare quello che potrebbe accadere, ci spinge a cambiare”. La speranza è che Hiroshima e Nagasaki non siano nella storia gli albori della guerra atomica, ma “l’inizio del nostro risveglio morale”. Obama chiede “un mondo senza armi nucleari: dobbiamo modificare il nostro modo di pensare la guerra” e “raccontare ai nostri figli una storia diversa”. Sul registro degli ospiti, scrive: “Un Mondo senza atomica”.

L’AirForceOne del presidente era atterrato in una base militare americana alla periferia della città. Obama, che era stato qui preceduto il mese scorso dal segretario di Stato John Kerry, aveva già fatto sapere che non avrebbe chiesto scusa, ma che avrebbe ricordato tutte le vittime della Seconda Guerra mondiale. Al suo arrivo, ha tenuto a celebrare la solidità oggi dell’alleanza tra Usa e Giappone: “Una delle più forti al mondo”, testimonianza di come un Paese, un tempo acerrimo nemico, può diventare strettissimo alleato.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+