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ascesa e caduta ted cruz

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/05/2016
Ted Cruz saluta e se ne va. ‘Uff!, scampato pericolo’ è la reazione di molti conservatori moderati e ‘laici’, all’annuncio della decisione del senatore del Texas, uno che “non sta simpatico a nessuno, nemmeno a sua moglie” – la definizione, se mai ne dubitaste, è di Donald Trump, che non le manda mai a dire -. Perché l’idea che questo politico di origine cubana, ultra-conservatore e ultra-religioso, prima scelta del Tea Party e degli evangelici della ‘cintura della Bibbia’, potesse davvero diventare il candidato repubblicano alla Casa Bianca era, per molti, persino più inaccettabile del pensiero che lo diventi Trump, che avrà tutti i difetti di questo mondo, ma che, almeno, sa stabilire un contatto con chi gli sta intorno.

L’annuncio di Cruz arriva subito dopo la disfatta nell’Indiana, che era diventato la prova del nove della sua capacità di sopravvivenza e riscatto, dopo le sconfitte brucianti d’aprile sulla Costa Est, dallo Stato di New York alla Pennsylvania. Il senatore decide che è il momento di riconoscere che “gli elettori hanno scelto un’altra strada” e annuncia: “Sospendo la campagna, ma non la mia lotta per la libertà, la difesa della Costituzione, i valori cristiani”. Cruz lo dice avendo accanto la moglie Heidy e tutta la famiglia e pure Carly Fiorina, presentata solo pochi giorni fa come candidata vice, nel tentativo di giocare la carta femminile.

Alla vigilia del voto, c’era stato l’ennesimo scontro al calor bianco tra Trump e Cruz: lo showman aveva sostenuto che il padre del senatore, un esule cubano, era stato in qualche modo coinvolto nell’assassinio del presidente Kennedy, un’affermazione destituita di ogni fondamento. Eppure, Trump e Cruz avevano rispettato una sorta di patto di non belligeranza per quasi tutti i dibattiti dell’estate e dell’autunno scorso fra gli aspiranti alla nomination repubblicana – a un certo punto erano addirittura 17 -. I due sapevano che non sarebbero state meteore della campagna e preferivano disfarsi dei comprimari, prima di sbranarsi.

Le cose cambiarono con l’inizio delle primarie e, soprattutto, con la vittoria di Cruz nello Iowa. Trump capì che di lì poteva venire un pericolo, perché il senatore del Texas, senza fare il campione dell’anti-politica come lui, si rivolgeva in parte allo stesso elettorato: populisti, qualunquisti, delusi, gente che non va a votare ma ce l’ha con chi è eletto.

Da allora, Cruz divenne uno dei bersagli degli attacchi, delle ironie e delle frottole dello showman, da lui definito un “bugiardo seriale”; anzi, fu il bersaglio preferito, man mano che gli altri rivali potenzialmente più pericolosi lasciavano campo libero, prima Jeb Bush, uno ‘mai pervenuto’, poi Marco Rubio, l’unico del lotto più giovane di qualche mese del senatore texano, che ha compiuto 55 anni a dicembre.

Trump contestò a Cruz il diritto di diventare presidente degli Stati Uniti, in quanto nato in Canada da padre cubano, divenuto poi cittadino americano – ma i giudici hanno poi stabilito che la madre, cittadina americana, gli trasmise alla nascita la cittadinanza come richiesto dalla Costituzione -.

E i due s’attaccarono a vicenda sulle mogli, uno dei momenti più bassi finora di questa campagna: lo showman minacciò di tirare fuori storie poco edificanti sul rapporto tra l’ambizioso Ted e Heidy costretta a lasciare un lavoro alla Casa Bianca per seguirlo ad Austin, Texas. E a New York è stato scontro aperto sui ‘valori neworchesi’: Cruz li attaccò per fare emergere il Trump ‘liberal’; e mal gliene incolse, perché gli elettori lo relegarono all’ultimo posto di quelle primarie.

Una batosta da cui Cruz non s’è più ripreso. E il tentativo di corteggiare il voto femminile pescando come vice Carly Fiorina, ex ad di HP e unica donna aspirante alla nomination, prima di ritirarsi causa modesti riscontri, è stato un fallimento: Carly ha l’idiosincrasia per le campagne elettorali, appena ne prova una la perde. Ora esce di scena, definitivamente, con Cruz. Pochi li rimpiangeranno: gli ultra-conservatori si consoleranno con Trump; i fondamentalisti ringrazieranno, come sempre, il loro dio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+