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attentati califfo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/03/2016

Bruxelles – Lo Stato, se l’è quasi perso per strada, nei litigi fra fiamminghi e francofoni. L’Unione, che ne ha fatto il suo centro, non è mai stata così a repentaglio, rosa da egoismi e divisioni. A dare retta a nazionalisti ed euro-scettici, c’è solo da aspettare – e neppure molto – per vedere diroccato il Palazzo Reale e lasciati in abbandono i palazzi delle Istituzioni dell’Ue. Ma i terroristi del Califfo hanno fretta: di mostrare al Mondo che ci sono ancora, di colpire al cuore l’Europa ammazzando gente che va al lavoro.

E, così, Bruxelles, la tranquilla Bruxelles, la noiosa Bruxelles, la ‘città per chi fa famiglia’, o vuole metterla su, ridiventa capitale. Ma del terrore. Certo, che c’era da aspettarselo, che gli integralisti colpissero qui e che colpissero le Istituzioni europee: sia per mostrare che l’arresto di Salah, venerdì, non li ha neutralizzati, sia per attaccare i simboli della cooperazione tra le forze di sicurezza europee che, da quando funziona un po’ di più, migliora l’efficienza del contrasto all’integralismo.

E si torna a parlare delle lacune delle forze dell’ordine e dell’intelligence belga. Le prime sono eccellenti quando va tutto bene, ma non sono addestrate all’eccezionalità, gli attentati anti-Nato degli Anni Ottanta, la banda degli assassini folli del Brabante Vallone, la strage dell’Heysel, i casi di pedofilia degli Anni Novanta e ancora del Duemila, adesso la trasformazione di uno dei Comuni della Capitale, Molenbeek, in capitale della jihad in Europa.

L’intelligence non ha visto e, secondo alcuni giornalisti – ma non c’è riscontro – non ha voluto vedere, per una sorta di patto ‘noi non vi disturbiamo – voi non ci colpite’ venuto meno con le stragi di Parigi del 13 novembre. Ma il contagio dell’integralismo sarebbe pure a Vilvoorde, fino a vent’anni fa prati all’inglese e villini per funzionari della Nato, e a Forest e nel rione afro del Matongé, dove sarebbe sbarcato Boko Haram – del resto, il Belgio ha molti più legami con l’Africa Nera che con il Nord Africa -.

E gli jihadisti sono capaci di attuare un piano coordinato, attentati in serie e imparabili fatti per uccidere a caso e destare paura: lo fanno in proprio senza aspettare gli ordini del Califfo, perché la rivendicazione pare un timbro messo a cose fatte, dopo che gli untori della paura hanno colpito.

Ci sono volte che gli attentati colpiscono luoghi che tutti conoscono, dove tutti sono stati perché sono crocevia dell’umanità: Manhattan, la metropolitana di Londra, il centro di Parigi. E ci sono volte che le bombe scoppiano dove noi siamo stati migliaia di volte nella nostra quotidianità, dove amici e colleghi tuttora vivono le loro routine: l’aeroporto di Zaventem a Bruxelles e le stazioni della metropolitana di Schumann e di Maelbeek, le due fermate del ‘quartiere europeo’ della capitale belga, diventano di colpo luoghi del quotidiano violati e insanguinati. Schumann, un cantiere perennemente aperto, dove i lavori sono sempre in corso; e Maelbeek, dove, quando esci, perdi sempre l’orientamento e non sai mai se sei nella direzione giusta.

Venerdì scorso, il 18 marzo, la sera di Bruxelles era stata traversata da sirene che scortavano i leader dei 28 via dal Quartiere europeo, dopo un Vertice sui migranti, l’ennesimo, mentre, più a ovest, altre sirene conducevano Salah in carcere: suoni, in fondo, di sollievo, un’intesa fatta, un terrorista preso. Questa mattina, 84 ore più tardi, la scena è del tutto diversa: le sirene convergono sul Quartiere europeo, suoni d’angoscia, altri terroristi hanno colpito – e, intanto, a Idomeni, a Lesbo, altri teatri di dramma e dolore, l’accordo sui migranti non funziona -.

Fra le dichiarazioni che ingolfano l’informazione in queste ore, ce n’è una dei leader dei 28: dice che l’Unione saprà sormontare la minaccia terroristica. A Parigi la Torre Eiffel ed a Berlino la Porta di Brandeburgo si colorano con i colori del Belgio. La risposta non è agitare lo spettro dei migranti, perché i terroristi sono cittadini europei; e non è solo alzare il tiro su Raqqa e sulle milizie jihadiste. La risposta sarà il rafforzamento della cooperazione, di polizia, giudiziaria, militare culturale, senza ulteriori cedimenti agli egoismi nazionali. Uniti siamo più sicuri; e risparmiamo un sacco di soldi da investire in integrazione.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+